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venerdì 1 settembre 2017 15:00:00

L’aggettivo seppur molto esplicativo (sbalorditivo, strabiliante, sconvolgente, meraviglioso) potrebbe, e ne avrebbe senso e ragione, voler dire una solo cosa: non mancatelo! Non è la prima volta che descriviamo i vini della famiglia Guibert, e se lo facciamo per l’ennesima volta ci sarà un perché, e a dispetto del grande Cocciante, non lo abbiamo scoperto stasera.

Il millesimo 2015 di questa dispersa IGP Saint-Guilhem-le-Désert /Cité d’Aniane ebbe condizioni climatiche perfette, con inverno e primavera secchissimi, inizio vegetazione molto caldo e secco, infine pioggia ad agosto e poi tutta una discesa per un grande millesimo in questa alcova di eccellenza che è la Haute Vallée du Gassac (Gassac è un ruscello), che è poi Hérault, che è poi Occitania.

Questo 2015 è vera magia di miscelazione di uve e vini, un imperioso monumento all’arte di saper cogliere le essenze dell’essere partecipi (enologicamente) l’uno dell’altro in uno scrum di autosostentamento qualitativo, per giungere a una sola meta: époustouflant.

Ebbene se nel rugby gli attori di mischia sono otto, qui c’è tutta la squadra, riserve incluse, come una convocazione totale per ottenere il meglio.

C’è un 27% Petit Manseng (ceppi di origine Charles Hours – Béarn),  un 25% Viognier (da ceppi di Condrieu), il 16% è Chenin blanc originario del Domaine Huet a Vouvray e un 15% di Chardonnay (viti di Lafon). Poi c’è un 17% di uve enologicamente irrituali come Bourboulenc, Marsanne, Roussanne, Petit Courbu, Muscat Ottonel, Muscat à petits grains, Muscat d’Alexandrie, Gros Manseng e Sémillon (tutte francesi), si noti la geniale disalchimia (ovvero époustouflant). Il tutto viticolo non finisce qui, abbiamo nella cuvée 2015 anche Falanghina, Grechetto di Todi e Fiano, il Sercial dall’isola di Madeira, il Petite Arvine e l’Amigne dalla Svizzera, il Khondorni e il Tchilar dall’Armenia, l’Albariño dalla Spagna e da Israele il Neherleschol.

Verrebbe da dire: di tutto, di più; però qui più e tutto sono un tutt’un più che rende l’unicità del più di tutto.

Vendemmia manuale, le parcelle delle piante sono curate con naturali aerosol della foresta intrisa di garrigue per una resa di 35 hl/ha, chiaramente non c’è chimica. Prima della fermentazione c’è stata macerazione pellicolare tra 5 e 7 giorni, il tutto bilanciato con la massa fruttata, poi è seguita la fermentazione in acciaio. Alla fine il vino s’è appropriato del 13% di alcol e di 12 grammi di zucchero residuo: sconcerto? Macché, tutto sotto controllo!

Brilla il colore nel suo oro Midi. Ananas sciroppata, albicocca, pâté di mango, ginestra, gelsomino, burro e miele come in una madeleine de Commercy, tanto da sfiorar zabaione e vaniglia, senza perdere la sua identità di garrigue e di sale atlantico: questo il profumo. Morbido e sapido (ehilà i 12 grammi non si avvertono), con l’acidità del Petit Manseng che vibra come una corda di violino e ravviva il suo equilibrio facendolo sconfinare nella raffinatezza: questo il gusto.

Perché époustouflant? Perché la sua generosità e la sua opulente potenza non ovattano le papille, il liquido si muove sinuosamente, senza strascichi di stucchevole alcolicità, ha quindi liquidità sottile e a lungo fluttuante nella lunghezza di bocca. Appena riuscirà ad assestarsi nel vetro, ancora cinque anni da adesso, lo attendiamo trasformato alla Fregoli, quindi l’attuale garrigue si seccherà ancora e si farà un mix odoroso di Vin Jaune, Sherry, Tokaji e di Voskehat lavorato in anfora. Perderà l’attuale pseudo dolce e si farà minerale come un Jura o un bianco di López de Heredia, raffinandosi in liquidità come un Montrachet, insomma époustouflant lo nacque, époustouflant resterà. Ad maiora.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)