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giovedì 29 dicembre 2016 16:30:00

È da metà novembre che di tanto in tanto nei variegati centri di informazione online, da “The Independent” a “Bloomberg”, tanto per citarne alcuni, che si suonano le trombe per annunciare che l’anno 2017 sarà quello degli orange wine.

Siamo finalmente arrivati allo sdoganamento mondiale di questa filosofia produttiva? Eppure non sembra  abbia i puri crismi di quell’evoluzione innovativa del gusto che dovrebbe catturare gli anelati millennials. Che sia il passato che torna?

Fatto sta che dopo i georgiani, gli sloveni e gli italiani aranciati, una parte dell’Europa si vuole scoprire colorata in modo diverso dal convenzionale paglierino/dorato.

Tutti si stanno convincendo che il vino orange è rinfrescante come un bianco, con la complessità di un rosso, e poi è versatile.

La prima preoccupazione è d’origine italiana. Da noi quella tipologia si dovrebbe indicare nella carta dei vini con le parole arancio o aranciato, con buona pace per tutti quelli che pensavano che quella tinta fosse in odor di ossidazione, poi a ben osservare talvolta si miscelano cromaticità ambra/arancio e quindi si va in visibile ossidazione sia in versione bianco, così come nell’improbabile transcromaticità rossa.

Qualcuno si è avventurato a chiamarlo anche “quarto vino”. Purtroppo alcuni wine-writer si sono divertiti a dettagliare che questi orange (continueremo con questa parola perché suona in modo innovativo) sono tali per il contatto con le bucce, che – udite, udite – dura tra una settimana e un anno (ripetiamo, un anno).

Non vogliamo scomodare dei luminari per ritagliarci l’idea che il troppo storpia, e un anno è decisamente troppo, quindi lo riteniamo un errore. Di certo c’è che il colore è diverso, ci mancherebbe, così come è diverso il gusto e il profumo, gli additivi enologici sono usati molto raramente e il tono olfattivo risulta più tostato e fruttato.  Se ci rifacciamo a certi concetti di enologia, il potenziale aromatico delle uve perde parte della sua riconoscibilità con questo stile, spesso assorbe nella sua essenza momenti di ossidata personalità, che accarezza il miele resinato, il sidro, il bourbon e il caramello. Come sempre è necessario un ottimale punto di equilibrio gusto-olfattivo per poter apprezzare questi vini, e non ultimo una certa educazione al prodotto. Un navigato sommelier di un ristorante stellato di Vence (Provenza), amante – come noi – di questi vini, ha dovuto inserire una postilla nella pagina della carta che li elencava: “La non gradevolezza del vino non comporta il diritto alla sostituzione”.  Come annunciato, sarà anche il 2017 orange, però per evitare discussioni noiose e poco empatiche con i clienti suggeriamo di tastare il polso enologico di chi ha scelto il vino. In fondo, prevenire è meglio che curare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)