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lunedì 12 febbraio 2018 09:30:00

Valpolicella. A scomporre la parola ne viene fuori una terna da filastrocca: Val - poli - cella; con l'ausilio del latino la filastrocca diventa la dichiarazione di identità di questo territorio: valle dalle molte cantine. Sono molte, in realtà, le traduzioni di cui beneficia una delle zone oggi più note del vino italiano, ma questa, di certo, è quella più adeguata a fotografare la realtà che la caratterizza: le cantine, appunto. Da tempo, però, il correlativo oggettivo dei sentimenti di entusiasmo del mondo intero non è la Valpolicella in sé, con le sue marogne (i terrazzamenti) e i progni (i torrenti), ma l'Amarone. Non un territorio, dunque, ma un metodo di produzione: una tecnica di appassimento delle uve da sottoporre - si è detto - persino all'attenzione dell'Unesco. Aveva ragione Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, a definire l'Amarone  "iperperformante". Iper, come ipertrofico, ipersensibile, iperdosaggio, ipermercato: c'è l'eccesso, lo squilibrio, ad adombrare questo prefisso.

Amarone, abbina il dottor Hannibal Lecter a fegato e fave, nel libro di Thomas Harris; nel 1991, però, nessuno a Hollywood avrebbe scommesso su quel semi-sconosciuto vino: fu Chianti, allora, nella storica pellicola di Jonathan Demme. Quasi trent'anni dopo, l'Amarone è il Michael Douglas del vino; il Valpolicella, di cui l’Amarone è in parte figlio, è Kirk Douglas: secolare ma sbiadito, in fondo dimenticato. Eppure, un tempo, l'emozione correva al cinema tra il bronzo e la polvere di Spartacus, come a tavola tra i profumi del Valpolicella Rosso, o del Recioto. I tempi, però, sono cambiati: nell'immaginario comune esiste un solo Douglas, quello di Wall Street; esiste un solo Valpolicella: l'Amarone. Il figlio ha mangiato il padre. Cacciato dal cinema nel 1991, l’Amarone è tornato, da protagonista: è lui il cannibale. Hannibal. 

Un trionfo che ha portato la produzione a livelli esagerati; "iperperformanti", appunto. Quale il motivo di tanta richiesta? Lo spiega Andrea Sartori, presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella: "è un vino molto semplice da capire, anche per un bevitore inesperto, per il suo tannino morbido, per il suo retrogusto di ciliegia e frutta rossa, per il suo essere un vino corposo, tosto, di carattere"​ . È dunque questa l'epoca del gusto infantile, direbbe Jonathan Nossiter: dolcezze, morbidezze, alcolicità avvolgenti; profumo di mamma, sapore da perduta età dell'innocenza. Un gusto diffuso, a cui un certo tipo di Amarone sembra in effetti avere contribuito, soprattutto sui mercati esteri.

La corsa all'appassimento per produrlo è partita da tempo: dove la qualità delle uve non è eccelsa, una tecnologia sempre più all'avanguardia, sempre meno tradizionale, dà una mano. Il risultato, per alcune etichette, è mediocre: tanto alcool e tanto legno; un vino grosso per un gusto grossolano. I prezzi? Schizofrenici, spesso indicativi di qualcosa che non quadra. Vino costoso da produrre, varia, a seconda del nome sull'etichetta e dell'annata, da centinaia all'inconcepibile prezzo di 3 euro la bottiglia. Difficile, credere, nel secondo caso, che la fascetta DOCG sigilli un vino prodotto con tutti i crismi; forse, nemmeno prodotto con le uve previste. 

In più, come nelle Langhe, anche qui c'è fame di terra: dalle colline si vorrebbe scendere a piantare in pianura, ma non tutti sono d'accordo. Tredici le cantine che dal 2009 hanno preferito uscire dal Consorzio e unirsi sotto il vessillo delle Famiglie dell'Amarone d'Arte, nato per produrre secondo norme più restrittive: Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi Agricola, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre d’Orti, Venturini e Zenato. 

La Valpolicella, dunque, come la Convenzione nazionale francese di Robespierre: Montagnardi pro-restrizioni e Girondini pro-concessioni. Impantanati nella Palude del centro, i consumatori; a volte alla mercé dei furbetti. Un Amarone archetipico, ideale, da elevare a punto di riferimento, ad oggi non esiste: anche tra le alture dei Montagnardi della collina, le campane dei vignaioli classicisti suonano quanto le trombe dei più innovatori. Dal motto più noto della Rivoluzione Francese, forse, viene la ricetta ideale per la Valpolicella; e un monito per il futuro: Liberté, Égalité, Fraternité... ou la mort. Libertà ristretta di modifiche al disciplinare; uguaglianza condizionata dalle peculiarità dei prodotti; fraternità tra produttori. La speranza è che i vini della Valpolicella, Amarone incluso, ritornino alla dimensione che è loro consona. Il Terrore, giurano tutti, non arriverà. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)