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giovedì 30 novembre 2017 10:00:00

È ormai un dato più che appurato, le fake news e le post-verità fanno ormai parte della quotidianità dell’informazione, non escludendo per nulla anche il mondo del vino. Spessissimo, attingendo ai dati risultanti da canali informativi internazionali, certe sparate destano qualche perplessità, fermo restando l’autorevolezza della fonte. La notizia circolante che fa un po’ discutere è quella del “vino sintetico”.

L’argomento non è del tutto sconosciuto e spessissimo è la solita bollita news che rimbalza nella rete, come quella famosissima che ci si poteva creare il vino in casa, addirittura scegliendosi anche un profili olfattivo e gustativo del vitigno.

Adesso il tema del vino sintetico è tornato sugli specchi (www.slate.com), complice la débâcle produttiva dell’annata appena trascorsa. Lo spauracchio ventilato, che ha però una solida base di verità, di una criticità produttiva delle più celebri zone viticole della vecchia Europa che si presenterà nel giro di qualche decennio, ha riattizzato i carboni sotto la cenere, e nuove o dormienti startup si affacciano sull’uscio del marketing mondiale.

Tanto per non smentire il passato, la nazione che è in questo momento sugli scudi del probabile  eno-sintetico sono gli USA, precisamente la California, e ciò indipendentemente dalla sfortunata stagione degli incendi in vigna.

Tutto ripartirebbe dalla AVA Winery di San Francisco, che ripiazza sul mercato una news ben nota in passato, e cioè che per fare il vino sintetico basta avere dell’acqua e dell’etanolo, poi si aggiungono acidi, aminoacidi, zuccheri e altre non precisate sostanze organiche. Fin qui tutto a posto nella spiegazione dell’operazione, fatto salvo il discorso che i nostri tutori della legge di fronte a un’azione del genere, non si mettono a aprire le bottiglie, semmai chiudono le manette, fissandole a polsi dei ben capitati synthetic winemaker.

Da notizie ricevute da alcuni sommelier di stanza in California, questi prodotti sono già sul mercato e sono stati davvero fatti dei confronti tra il vino e quel qualcosa di liquido che vino non può chiamarsi; la sostanza dell’analisi porta a molte contradditorie ilarità sulla questione, prima di tutto perché quel gusto sintetico rimanda a qualcosa di chimico nei flavor del succo, e la miscellanea risente di questa non naturalità, a patto però che chi beve sappia cos’è sorseggiare del vino. Coloro che smanettano sul gas del sintetico non sono degli sprovveduti, affermano, infatti, che c’è pur sempre chi si beve la spremuta d’arancia usando il frutto e chi si disseta con una bevanda chiamata allo stesso modo e che l’arancia manco sa cosa sia.

Se le premesse del discutere diventano un gioco tra queste alternative, possiamo davvero dire siamo alla frutta, scusate, alla pseudo-frutta (plastic fruit), e guardandoci fissi negli occhi, davanti a un semplice vinello spremuto dal un sopravvissuto grappoletto d’uva, una cosa sola si può fare: piangere!

AIS Staff Writer

 

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)