giovedì 19 febbraio 2015 17:00:00

Siamo nello stato del Karnataka, quasi nella punta sud dell’India, in un territorio in cui i caratteri mitologici e le vestigia dell’indianità sono stati quasi sopravanzati dall’industrializzazione e della tecnologia del futuro. Oggi Banagolore (Bengalūru) è città più da jeans  e T-shirt che da colorati sari, si spettegola in inglese piuttosto che nel dialetto locale e le bevande si allontano dall’English tea. A 45 km a nord da questo cosmopolita ambiente abitato da oltre 4 milione di persone, c’è un’oasi di quasi pace, un luogo dal clima fresco, forse il più fresco di tutto il sud dell’India. In estate, durante il periodo coloniale, gli inglesi si ritiravano sotto le colline Nandi Hills, per evitare la calura del centro.

A un certo punto della complicata storia dell’indipendenza indiana questo territorio s’è spinto verso un’agricoltura molto diversa da quella originaria: hanno piantato la vigna.

È accaduto alla fine del 1980, il responsabile è stato Kanwal Grover, l’azienda si chiama Grover Vineyards. Oggi sono presenti 160 ha di ceppi francesi: una vera rivoluzione!

Chiaramente siamo spostati nella maturazione del frutto rispetto all’Europa, qui l’uva matura tra novembre e aprile, con elastica e pericolosa anticipazione.

Grover Vineyards si trova nel villaggio di Doddaballapur, i vigneti circostanti sono coltivati essenzialmente a sauvignon blanc, viognier, syrah e cabernet sauvignon. Le vigne sono alloggiate a quasi 1.000 metri slm. Ciò consente una maturazione lenta, capace di mantenere un livello di acidità più che accettabile e di preservare anche molti dei profumi.

In questo spicchio sperduto di terra, volando in qua e in là per il pianeta, è atterrato uno dei “flying winemaker” per eccellenza, uno di quelli che vola in prima classe: Michel Rolland.

Ci è capitato di incocciare in un vino di Nandi Hills da lui elaborato, un Viognier 2013, Art Collection, dall’etichetta un po’ patchwork tra Dalì, Picasso e Guttuso, in sembianza post futurista. Il vino invece è, sorprendentemente, poco India e molto worldwide. Nessuna di quelle odorose spezie che sfumano nelle bancarelle dei mercati tradizionali è parte del corredo d’odori del vino. Ha infatti profumo ben espresso nel fruttato, un fruttato polposo, tropicale, guava, mango, ananas, e poi lemongrass e menta fresca: un profumo che solletica le narici, ben lontano dal Rodano. Un profumo puro, rigorosamente espressione di sottile acciaio, molto gradevole, da perdere una scommessa se la puntata fosse stata New Zealand. Brioso al palato, tutto intriso tra acidità e salinità, tra pseudo pizzicore (non da CO2) e frullato d’ananas al limone. Il sorso non stanca le papille, il finale di gusto resta attraente e sostanziosamente fruttato, ottimo il suo feeling con i pesci “grassi”. Dimenticavamo il colore: sfavillante in oro come i ricami di un sari. In giro si dice che il territorio di Nandi Hills s’ha ancora da fare, ma se queste sono le premesse, ecco un altro attrezzato concorrente.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)