lunedì 29 aprile 2013 10:30:00

Di certo la Birmania o Myanmar è conosciuta in Italia per molte vicende, che abbracciano situazioni politiche ed economiche, ma per il vino è una novità assoluta.

Le vigne sono state piantate nella parte nord orientale del paese, dove si trova una conformazione territoriale collinare e verdeggiante, dove le montagne creano un effetto visivo a merletto che dà l’idea di proteggere questa enclave ampelografica.

La viticoltura si concentra nello stato di Shan, ad una altitudine di 1.000-1.100 metri sul livello del mare, la terra è fertile, il clima è accettabile, un mix tra il mite e il continentale; c’è anche una discreta escursione termica che consente ai bianchi di far sbocciare il corredo aromatico.

Fu un tedesco il primo a impiantare vigna, era il 1998, furono 4.000 piante e lo stato era quello del Karenni. L’attività non progredì per via dei contrasti tra governo centrale e gli oppositori del Karenni, che sfociò in un conflitto armato.

Quindi tutto si trasferì nello stato di Shan, sulle rive del lago Inle, e qui nacque una decina di anni fa il Domaine de Red Mountain.

I vigneti sono diventati una vera attrazione per i turisti occidentali, che non si aspettano di trovare vigne, con estensione a perdita d’occhio, in questo difficile territorio.

Eppure il Domaine Red Mountain produce 120.000 bottiglie di vino e il prezzo medio di vendita è di euro 8,50; mentre il Domaine Antaya spera di vendere 200.000 bottiglie nel 2013.

L’aspetto dell’ecosistema viticolo è alquanto particolare, il pericolo di incursioni climatiche tropicali è sempre in agguato. Il periodo di luce è alquanto corto nei mesi di giugno e luglio, questo circoscrive l’uso dei vitigni, anche gli attacchi fungicidi incombono pericolosamente.

Tra le prime cultivar scelte troviamo il Syrah e il Cabernet Sauvignon, poi si sono aggiunte il Tempranillo e il Dornfelder.

Comunque stanno facendo esperienza, con l’intento di piazzare i loro vini, non solo ai turisti, ma alle nazioni confinanti, come la Cina, l’India e la Tailandia. C’è anche il Moscato, però rosso, da cui ottiene un vino rosato. Le uve a bacca bianca sono Sauvignon blanc, Chenin blanc,  Chardonnay e del Moscato dal chicco piccolo, usato quest’ultimo per fare vini “late harvested”.

Queste uve hanno passato il test di sostenibilità del clima tropicale, però sono in corso altri tentativi per testare anche nuove varietà.

Trattandosi di una nazione enologicamente al primo scalino dell’esperienza,  tutti i vini hanno iniziato il loro cammino seguendo, per filo e per segno, la filosofia e lo stampo enologico del nuovo mondo, avvalendosi però di consulenti europei: francesi.

A detta di alcuni viaggiatori viticoltori e/o enologi i vini sono interessanti, non perché provenienti da una nazione “strana”; lo sono perché scaturiscono da un processo tecnologico non artigianale, ne improvvisato, semmai eccedono un po’ in legno, ma la base fruttata merita ogni rispetto.

Già nell’emisfero asiatico si sussurra la parola “tropical wine”, e in proposito il Simposio Internazionale di Chiang Mai è già giunto alla terza edizione. A raccontare tutto ciò è il sito LeMonde.fr.

Che dire? Un caloroso benvenuto a questa nuova tipologia di vini: Vini Tropicali.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)