venerdì 26 ottobre 2012 09:30:00

Il Brasile è conosciuto in Italia principalmente per tre cose: i calciatori (Pelé docet) e la finale di Ciudad de Mexico 1974, la musica della trasmissione radiofonica notturna “Brasil” di Radio 1, condotta da ben undici anni da Max de Tomassi, e dal Carnevale di Rio. Eppure il Brasile è ben altro e sta iniziando a mordere il posteriore agli opinion leader del mondo del vino.
Il Brasile tentò di produrre vino fin dalla prima  colonizzazione avvenuta nel 1532, quando i portoghesi introdussero le prime viti a São Vicente nel sud-est, però le sfavorevoli condizioni di coltivazione non consentirono alcun progresso. I portoghesi insistettero e spostarono la coltivazione nella zona costiera dell’Atlantico, questo consentì loro di produrre il primo vino Brasiliano nel 1551; la produzione non resistette perché il clima e il suolo erano inidonei.
I portoghesi provenienti dalle Azzorre e da Madeira insistettero ancora nella piantagione di viti, impiegando i semi delle piante che nelle loro terre davano risultati eccellenti; in Brasile queste piante non riuscivano ad adattarsi, da una parte per il clima particolare, dall’altra perché non c’era un preventivo studio sull’adattabilità alle condizione pedoclimatiche del territorio. Dopo le peripezie coloniali dovute alla presenza portoghese, il Brasile vide giungere sul proprio suolo, a partire dal 1824, i coloni tedeschi e i primi italiani, tra cui Giovanni Battista Orsi, che stabilitosi in Serra Gaucha, creò i presupposti per costruire l’industria vinicola brasiliana. Le condizioni di coltivazione restarono comunque problematiche e incostanti nei risultati qualitativi, per cui l’avvento della vite americana Isabel venne salutato con entusiasmo, non pensando alla limitata personalità qualitativa che poteva offrire. Quando gli italiani sbarcarono nel Rio Grande impressero una svolta decisa alla viticoltura; essi possedevano il know-how e sapevano che poteva essere un’attività redditizia. Alcuni s’intestardirono a voler piantare le varietà italiane, ma ben presto compresero che non c’era ancora trippa per gatti per quelle cultivar. Agli inizi del novecento le tribolazioni colturali europee investirono anche il Brasile, e gli attriti nella negoziazione di prezzi delle uve e dei vini portarono allo scontro del muro contro muro, così nacquero le prime cooperative in quel di Porto Alegre, ma l’ostilità verso questo nuovo sistema di essere  presente sul mercato creò loro molte difficoltà, per cui non resistettero a lungo. Nel 1929 la cooperazione vitivinicola fu riproposta e il successo arrise loro, tanto che alcune sono ancora in vita: famosa fu quella denominata Cooperativa Vinicola Garibaldi. Con questo sistema mercantile i piccoli produttori acquisirono una certa sicurezza e una competitività che stabilizzò la loro situazione economica.
Nel 1951 il vento cambiò direzione, invece di stagnare prese vigore dalla nuova presenza europea, che apportò innovazione tecnica, nuovo know-how e cercò di selezionare nuovi terreni di coltivazione. Emblematica è la produzione nel 1951 del finto Champagne del francese Georges Aubert; il vino era fermentato in grandi contenitori (non in bottiglia), ma spiccava in etichetta la tecnica francese e l’ufficialità dell’eroe dei due mondi: Garibaldi.
Il 1951 diventa un trampolino di lancio per molte multinazionali, che a partire dal 1970 si sono interessate al mondo vitivinicolo brasiliano. Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 vedono la trasformazione dei sistemi di conduzione dello sviluppo vegetativo della pianta, ma soprattutto vengono abbandonate le ibride americane per inserire le varietà europee. Il passo successivo fu quello di dare un’identificazione territoriale al vino, affinché potesse presentarsi sul mercato con un profilo che lo identificasse. Gli investimenti che furono indirizzati nel settore si conclusero con la creazione della prima denominazione, Vale dos Vinhedos nel  2002, per protrarsi fino al 2012 con Pinto Bandeira.
Nel disegnare la viticoltura brasiliana si rileva che oggi è posizionata al 14° posto come produzione, al 19° come estensione dei vigneti e al 45° posto per il valore esportato.
Ciò che fa riflettere è il 45° posto occupato dal Brasile come valore commerciale, questo fa pensare che abbia appena iniziato la propria evoluzione qualitativa.
Infatti gli ultimi quindici anni sono segnati da profondi cambiamenti, con massicci e mirati investimenti nella tecnologia e nel modo di condurre i vigneti.
Molti brasilisti individuano nel territorio circostante la citta di Bento nel Rio Grande do Sul una zona d’elezione; qui l’emigrazione italiana, prima veneziana e lombarda e poi veneta, si dedicò alla viticoltura. È assegnabile agli italiani il merito di aver trasformato questo territorio nella più importante zona di produzione di vino, fino a far diventare la cittadina di Garibaldi il fulcro della produzione dello spumante e Bento Gonçalves la capitale nazionale del vino.
Il paesaggio rassomiglia un po’ alla Toscana centrale, con vigne intervallate da ciuffi boschivi, da colline incappucciate dal bosco e da intercapedini di terreno non coltivati, mentre le nebbie e le foschie ne fanno un veduta langhigiana. Le uve coltivate sono Cabernet Sauvignon e Merlot, ma soprattutto quelle per gli sparkling, tanto che Michel Rolland (il guru del Bordeaux) è volato fino a qui.
E poi troviamo Moët et Chandon, il colosso della Marne s’è messo a produrre il Chandon Brazilian, uno sparkling da Pinot Noir e Chardonnay tutta una espressione di fruttato e di leggere note tostate, un prodotto declinato sul simply flavour, dal volume sottile ma molto beverino, a un prezzo di 10-14 USD. Invece la Vinicola Aurora fa spumanti secchi e dolci, quello da solo Chardonnay è prezzato 10 USD ha gusto secco e gradevolmente fruttato e floreale, gli Charmat da Moscato sono distinti nell’aromaticità e delicati nel gusto. Non mancano nemmeno le sperimentazioni, tanto che Casa Valduga produce uno spumante rosé da sola uva Malbec.
A sud di Bento le colline si fanno più alte, il clima si raffredda, il paesaggio sembra pre appenninico (800 metri slm), qui la Cave Geisse produce il Vino Branco Espumante Brut, quello Nature, il Terroir Rosé e il Terroir Nature, tutti nella denominazione Pinto Bandeira. Le uve impiegate sono Chardonnay e Pinot Noir, uve che Mario Geisse (cileno) conosce bene, avendo collaborato fin al 1976 con la Moët et Chandon quando la Maison decise di sistemarsi anche in Brasile. Gli spumanti hanno un buon corredo odoroso, oscillante tra fruttato, floreale e note tostate combinate con la fragranza dei lieviti.
Al palato l’esuberanza della CO2 non trova un adeguato contrato sapido, per cui crea un effetto di durezza leggermente non equilibrato e nonostante il finale un po’ mieloso non riesce a costruire a pieno quella cremosità e quella mineralità tanto caratterizzante nello Champagne. Gli spumanti brasiliani stanno sorprendendo il mercato d’oltre oceano, non sono infrequenti punteggi oltre i 90/100 (di sicuro benevoli), a prezzi più che dimezzati rispetto ai blasonati competitor. Qualcuno sta già intravedendo una futuribile minaccia, per ora però la miglior espressione di sfericità che producono è il tocco di tacco in area di rigore con il pallone da football. 
Il loro motto è diventato: siamo contenti di portare all’attenzione di tutti le nostre sorprese, ma al seguito hanno anche valore e qualità.
E allora … saùde!

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)