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mercoledì 20 settembre 2017 15:30:00

Treccani.it riporta che la scienza è l’insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, sull’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. In questa definizione ci sta tutto, e dentro quel tutto il vino ci sguazza e si trova a suo agio. Dietro il vino c’è la scienza? A questa domanda c’è una sola risposta, un bel sì!

È vero che la scienza del vino non è uniformabile, attraversa un pianeta di pensatori, viticoltori, enologi e industriali che segmentano la scienza nel loro spicchio enologico, dal cui imbuto di pensieri è uscita negli ultimi anni una scientificità diabolicamente divisa in mondo convenzionale e satelliti: bio (logico e dinamico), vegan, natural; tutti però sono accumunati da un aspetto scientifico molto semplice: fare vino!

Uno strategico effetto scientifico investe la filosofia produttiva, che si sintetizza in vino di terroir e vino di non terroir, che potremmo anche dettagliare come vino da boutique con griffe e vino da “mall” in versione outlet. In entrambi di casi la scienza del far vino interviene, non con lo stesso peso, però interviene.

Un recente articolo pubblicato da smithsonian.com evidenzia che il meglio del vino, come contributo scientifico, è stato a favore dei vini da scaffale e non dei vini d’élite.

Il vino che sta nello scaffale (il più diffuso al mondo) combatte una guerra per la sopravvivenza molto più complicata e difficile di quella del vino da enoteca, per cui anche un piccolo passo verso una differenza qualitativa, pur nella semplicità della gradevolezza, può significare dalle stalle alle stelle.

La provocazione (si fa per dire) è nata dalla seguente affermazione: “Non ci sono particolari ragioni che portino a pensare che un vino costoso sia migliore di un vino non costoso”.

Ciò che diventa quindi basilare nel favorire il consumo del vino è il conseguimento della democratizzazione della qualità e per ottenere questo status, che è poi anche un gradino di miglior qualità, l’intervento scientifico ha innalzato enormemente la qualità degli entry-level-wines.

Non si farà un excursus sui sessanta additivi approvati nelle nazioni enologiche, che spaziano dall’aggiunta di acqua alla gomma arabica (chiarifica e stabilizza), dall’acido isoascorbico per prevenire l’ossidazione del colore e del gusto ai chips per ammorbidire lo spessore liquido; però è doveroso affermare che la scienza non porta con sé i pregiudizi, per cui quei vini che fanno bella mostra di sé negli scaffali della GDO riservati agli entry-prices, non devono essere oggetto di preconcetti e pregiudizi. La loro presenza è fondamentale perché rappresenta quella parte liquida del vino che è ancora bevanda e che è la prima a scontrarsi con tutto il soft-drink e i suoi alleati a cui molte persone si sono accostate. E poi noi vinofili contiamo i numeri al ribasso del consumo del vino. Mah!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)