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lunedì 3 marzo 2014 10:15:00

Un progetto che nasce da lontano, era il 1942. Una bottiglia curiosamente somigliante a una borraccia in uso agli eserciti della prima guerra mondiale, e per un contenitore a vino fu una forma molto innovativa, così come fu molto avveniristico il contenuto: un vino rosato, con un colore che scintillava per leggerezza cromatica e luminosità di limpidezza. I profumi  del Mateus Rosé erano polarizzanti, nel senso che le sensazioni fruttate e floreali – le uniche – s’attraevano e, congiungendosi e coalizzandosi, creavano un’insoluta, ma preziosissima, fragranza: sembrava un vino già in dimensione due punto zero. Il gusto giocava su saporosità delicate, sia in freschezza sia nella precaria sapidità, ma il senso di tenuità gustativa si  ricostituiva in un sottigliezza strutturale che sembrava andare oltre l’essere leggero, quasi tipo insostenibile leggerezza dell’essere di Kunderiana prospettiva. Infine quel saporino fruttato altalenante nell’incerto siparietto dell’essere o non essere zuccherino che tradiva, o forse celebrava, un vino pensato a tavolino: e che era zuccheroso.

È un vino per differenti gusti e diversi attitudini culturali, tuonavano dal Portogallo, e l’esplosione fu così deflagrante che alcuni economisti gli assegnarono un valore del 40% del mercato dell’export portoghese: un record ancora invitto.

Non ci fu nazione europea che riuscì a non essere pacificamente invasa da questo prodotto nazional-popolare, forse una delle prime icone dell’essere una bevanda incoscientemente modaiola.

Un vino che può vantare di essere stato di gradimento agli opposti estremismi: dalla regalità di Elisabetta II, alla dissacrazione musicale del rock psichedelico di Jimi Hendrix.

Attirò anche l’attenzione di Elton John che in un refrain della canzone “Social Disease”, ritmava le corde vocali cantando: mi sono spremuto un Mateus e già mi sento sciolto dal cappio.

Dopo alternanti e altalenanti andamenti, e inversioni di marcia su prodotti che flopparono, come il Mateus Rosso, nel 1990 l’onda rosata Mateus si rifece il trucco e dal 2012 sembra in forte fase propulsiva ascensionale.

Abbiamo provato la band Mateus in un tasting a Londra, dove ha un’ottima presenza commerciale al seguito della scia mondiale del  “Drink Pink”.

Ora però il Mateus è uno e trino, nel senso che c’è il Mateus Rosé – The Traditional – ha 15 gr/l di zucchero, poi c’è il Mateus Rosé Shiraz, e infine il Mateus Rosé Tempranillo, o a seconda del mercato Aragones, con 30 g/l di zucchero residuo.

Se dovessimo elencare le differenze tra i tre, le difficoltà sarebbero molteplici, perché in una blind session qualcuno potrebbe esclamare di sentirsi preso per i sugheri. In realtà cogliere le distanze tra i tre vini è impossibile, diciamo che non ce ne sono; semmai talune sfumature più o meno amaricanti, alcune chiusure più selvatiche nel fruttato e addolcenti nel sentore di lampone, possono indirizzare l’appeal tra il blend e il monovitigno, ammesso che ciò sia una discriminante qualitativamente significativa, oltre al diverso effetto dolcezza.

Tutti e tre hanno una beva golosa, se serviti ghiacciati, a mo’ di “mi disseto con qualcosa di colorato”. Poi facciamo un’analisi monetariamente sostenibile, vista la catalogazione nazional-popolare che gli abbiamo affibbiato, e notiamo che la somma dell’effetto packaging, l’accostamento cromatico, la sinuosità della forma del vetro e quello zampillante colore rosatissimo che esonda in ogni dove ha un valore commerciale molto performante.

L’abbiamo provato anche in versione cocktail, e secondo il grado di dolcezza diventa più o  meno succosamente espressivo nel lampone e nella fragola, piuttosto che in un profumo che ricorda il gelsomino o gli sciroppi fruttati che si servono con il gelato allo yogurt.

Comunque i suoi anni, 72, non li dimostra proprio: e questa è già una vittoria.  Olè!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)