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martedì 15 maggio 2018 08:30:00

Nel peggiore inferno di Proust ci sarebbero madeleine da annusare a colazione, pranzo e cena. Per il maggiore Kovalev del racconto di Nikolai Gogol, invece, l'inferno è non possederlo più, il naso: deciso una mattina a misconoscere il suo proprietario, si stacca dalla sua faccia per girovagare a San Pietroburgo.

Tra chi olfatto ne ha troppo, e chi, invece, ne vorrebbe indietro almeno il simulacro carneo, se ne collocano milioni affatto disinteressati alla propria appendice, preoccupati solo di possederne una abbastanza proporzionata.

Così il Vitangelo Moscarda di Pirandello, incespicato nel burrone dei centomila crucci di personalità per colpa di una moglie troppo acuta di pupille: "Mi pende? A me? Il naso? E mia moglie, placidamente: – Ma sí, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra." Così il Cyrano di Rostand, costretto da un naso ingombrante a cedere le proprie solenni parole d'amore per Rossana al vacuo Cristiano, contentandosi di un amore transitivo.

Così non è, invece, per il Benji de L'urlo e il furore di William Faulkner, affetto da ritardo mentale ma bravissimo a riconoscere l'amata sorella Caddy dall'odore: a bearsene quando profuma degli alberi dell'infanzia e a infuriarsi quando ne coglie l'estranea sensualità nella boccetta di profumo. Così non è per il laido Grenouille di Patrick Süskind, più che del naso alla ricerca del profumo perfetto, lui, sovrumano nell'olfatto ma disumano nell'animo. 

Non è necessario farsi profumieri di giorno e assassini di notte per restituire le dovute attenzioni al più sdegnato dei sensi: basterebbe una sniffata all'odore di etantiolo in cucina per ricordarci quanto siano vitali un bel paio di froge. In un'epoca dove la vista è il senso più esposto a filtri e senserie multimediali, l'olfatto prende la sua rivincita di nudo ancoraggio alla realtà. Per quanto un vino nel bicchiere, come una colonia sulla pelle, possano essere realizzati con gli artifici del profumiere, nessuno schermo, nessun filtro, ancòra, può introdursi tra il naso e la materia del proprio interesse, obbligando a chinare il capo non per fissare l'ultima notifica dello smartphone ma per infondere dentro di sé un irripetibile attimo di esistenza. 

Dedicarsi allo studio dei profumi diventa, oggi, uno strumento di resistenza ad un mondo dove l'imbonimento visivo spiana la strada all'ottundimento mentale. "Andare a naso", oggi, più che sinonimo di andare a casaccio potrebbe essere la soluzione più evidente al problema della scarsa attenzione. Nel mondo della vista di Instagram e Snapchat si guarda ma non si vede; molti fiutano la fama ma pochi annusano la fregatura. Come dire: ci vuole naso nella vita, ma pochi se ne curano. Se ne curava, ad esempio, la guardia del Re Marcello in Amleto: il marcio della Danimarca, forse, lo aveva scovato a fiuto, e magari veniva da un corso per sommelier. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)