lunedì 17 luglio 2017 16:00:00

Il territorio di Corrèze è straordinario. Racchiuso in un fazzoletto di naturalità quasi unica per la Francia, è il cuore pulsante di quattro parchi naturali: Perigord-Limousin, quello di Causses du Quercy, quello di Millevaches en Limousin e dei Volcans d’Auvergne. Il vino di Corrèze fu in auge durante il secondo impero, poi i disastri della fillossera portarono alla cancellazione dei vigneti. Nel 1989 degli intrepidi, forse molto nostalgici, vignaioli decisero di piantare di nuovo la vigna. Nel 2009 ottennero l’IGP e nello scorso maggio, finalmente, l’AOC.

A Corrèze c’era una tradizione enologica molto particolare che è stata riproposta fin dalla rinascita, quello di fare i vin paillé: con uve appassite fuori pianta.

Gli ettari dei vigneti sono esigui, appena 75. I coltivatori della vigna sono 45. Questa parcellizzazione della proprietà ha dato vita a due cooperative che si avvalgono della raccolta delle uve sul 70% della superficie e dell’80% del volume.

I suoli sono di colore bruno, con molto calcare marnoso, quindi buono per il cabernet franc, non mancano anche striature con scisti. La densità di impianto è di 4000 viti/ha, il taglio autorizzato è guyot doppio e singolo e il cordon de Royat singolo e doppio.

La parte a bacca rossa risente dello stampo ampelografico bordolese impiegando cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc (quest’ultimo maggioritario); il vino ottenuto dall’appassimento delle uve (passerillées) aggiunge il sauvignon e lo chardonnay a quelle a bacca rossa. Il bianco secco si fa con uva chenin e usufruisce della dizione Coteaux de la Vézère, mentre il rosso con la stessa dizione deve essere ottenuto da solo cabernet sauvignon.

La versione in rosso della AOC Corrèze propone dei vini di media struttura in cui il franc (maggioritario) offre spunti olfattivi di ciliegia rossa, ribes e note mentolate; è un vino mediamente strutturato in cui non si cerca di far uscire la potenza tannica, ma la bevibilità fresca, sapida, con alcol in equilibrio e finale di gusto molto fruttato.

In merito ai vini ottenuti da uve appassite fuori pianta che aspiravano a ottenere la dizione “vin paillé”, c’è stata una resistenza da parte dei vignaioli del Jura che ritenevano propria quelle dizione; in forza di una delibera del Consiglio di Stato del 2014 il Jura ha potuto conservare quell’esclusiva del nome, non certo della produzione, e il Corrèze ha ripiegato sulla dizione “Vin de Paille”.

Beghe e dispetti enologici a parte, il Corrèze Vin de Paille ha toni olfattivi molto zuccherini, sia nella composta di frutta che nel miele, nel fico sciroppato e nelle note caramellate. Il gusto invece è gioia del suo male, è sì dolce, talvolta un po’ spinto, soffre spesso l’assenza equilibrante di salinità fruttata, che solo le marne blu del Jura sanno cedere al vino. Or dunque, non crucciamoci se scivola delicatamente in soave dolcezza, l’essenziale è che resti tale e non ammicchi a snaturante stucchevolezza.

AIS Staff Writer

 

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