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mercoledì 10 gennaio 2018 15:00:00

Se non riesci a essere straordinario seguendo la via diritta, non ce la farai mai seguendo quella storta. Questo almeno dice Joe Gargery  al giovane Philip Pirrip in un noto romanzo di Charles Dickens (1812 - 1870). Non la pensava così, invece, Abel Magwitch, prima forzato in Inghilterra poi evaso in Australia, deciso a soddisfare le proprie Grandi Speranze alimentando di nascosto quelle del giovane Pip. E non dovevano pensarla come il fabbro Joe nemmeno i diciannove protagonisti immortalati nelle etichette della nuova creatura del colosso vinicolo australiano Treasury Wine Estates, già proprietaria del marchio Penfold’s.

Bottiglia opaca e carta ingiallita, il nuovo brand si chiama 19 Crimes: una collezione di sette vini che l'ufficio marketing dell’azienda ha voluto ammantare di ribellismo, romanzando le storie ottocentesche di diciannove disgraziati inglesi, sopravvissuti ad un viaggio di dolore, per finire deportati nell’allora sconosciuto inferno australiano, da cui, alcuni, riusciranno persino a fuggire. Sono loro, immortalati nelle foto in bianco e nero dell’epoca, a parlare in prima persona dall'etichetta, grazie ad una applicazione dedicata. Sono rei di sedizione, bigamia o furto, di avere rubato un sudario o di avere sradicato alberi; tutti condannati, in ogni caso, da una giurisprudenza crudele e fantasiosa, applicata all’unico scopo di liberare l’Inghilterra dagli “indesiderabili” cittadini che gli Stati Uniti si rifiutavano di accogliere.

Puntando la fotocamera del telefonino sulla bottiglia, sudici e con la voce rotta, i protagonisti “prendono vita” e raccontano uno dei diciannove crimini per i quali sono stati puniti con la crociera oltremare, il tutto grazie alla tecnologia della realtà aumentata, messa a disposizione dallo studio Tactic e dall’agenzia pubblicitaria J. Walter Thompson di San Francisco. 

I vini? Fedeli all’idea di fondo del marchio. Un rosso a prevalenza di Shiraz, con Cabernet Sauvignon e Grenache, da gustare sorso dopo sorso, con la stessa parsimonia dei deportati davanti alla propria razione di alcol; un blend di uve rosse "ribelle per natura e intenso per carattere"; uno Chardonnay palestrato in botti nuove di rovere americano, in omaggio alla dura fibra delle donne deportate; un "coraggioso" rosso affogato per un mese in botti di rum, per celebrare l’unica rivolta australiana portata a termine con successo (quella dei Reparti del Nuovo Galles, nel 1808, scoppiata per sedare il commercio clandestino di rum).

L’uso muscolare dei legni e il linguaggio da pellicola per rude men potranno far storcere la bocca ai consumatori italiani, ma 19 Crimes, con la sua massiccia campagna pubblicitaria promette bene, soprattutto tra i più giovani, complice anche l’introvabile diciannovesima etichetta, quella del poeta e membro della Fratellanza Repubblicana Irlandese John Boyle O’Reilly (1844 - 1890), da scovare tra gli scaffali dei negozi e fotografare su Instagram, per vincere un taccuino e un cavatappi. Più che il magro bottino, è il gusto dell’esibizione della conquista a stuzzicare, come un tempo le biglie o le figurine degli album dei calciatori. Se “ribellione” e “identità” compaiono da tempo tra le parole più in voga del marketing internazionale delle bevande, in un mondo sempre più a rischio omologazione, anche gli obiettivi di conquista sembrano essersi decisamente rimpiccioliti. Questo, almeno, direbbe il repubblicano O'Reilly, a cui, forse, non spiacerà essere ricordato, anche se in maniera diversamente rivoluzionaria. 

Gherardo Fabretti

 

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)