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mercoledì 11 ottobre 2017 10:30:00

Le Public House inglesi, che tutti oggi conoscono come “Pub”, hanno una storia millenaria che traguarda il passato avvicinandosi all’anno zero.

Il germoglio del Pub ha però seme Romano, perché con la presenza sull’isola – come invasori –  nel procedere alla costruzione di strade, replicarono ciò che era già presente nella penisola italica, le tabernae. Ciò accadeva nel I secolo d.C., intorno al 47, e l’intento era smerciare vino. Ben presto la birra, che nell’isola si beveva fin dall’età del bronzo, trovò spazio nelle tabernae facendo forte concorrenza al vino fino a spodestarlo. Il nome si modificò presto in tavern, o alehouse. La dipartita dei Romani accelerò la diffusione di questi locali, capaci peraltro di gestire una dinamicità di cambiamento d’offerta seguendo il filone del gusto degli invasori di turno. Furono anche centri di reclutamento per la Crociata di Riccardo Cuor di Leone. L’affermazione della dizione Pub fu messa in atto durante il regno di Enrico VII (regnò dal 1485 fino al 1509). Il primo pseudo censimento avvenuto nel 1577 stimò che fossero in vita 17.000 alehouse, 40 taverne e 2.000 inns (qui oltre a bere e ristorarsi c’erano i posti letto), ciò determinava la presenza di un Pub (sommandoli) ogni 200 persone. I dati di questi anni dicono che c’è un Pub ogni 1.000 persone e gli affari non vanno per niente a gonfie vele, nonostante il reinserimento del vino e l’introduzione di altre bevande.

Un report di Harper Co ci informa che i Pub e i Bar inglesi hanno perso 611.000 clienti abituali in due anni. Cos’è accaduto?

Primo aspetto, giusto del 2017, è che il 52% degli adulti (26 milioni) bevono a casa una volta in più  a settimana, incidendo in quel “it’s friday, it’s time to drink” che era un rituale consolidato.

Ciò ha portato a un diminuzione delle presenze in versione una volta a settimana nel Pub, passate dal 28% del 2005 al 18%, evidenziando un crollo di popolarità e la nascita di nuove alternative di incontro come i coffee shop.

A ciò si è aggiunto il bando del fumo, un po’ di filosofia salutista, la crisi economica pre Brexit e la svalutazione della sterlina post Brexit. Di analisi ne sono state fatte tante, ma i rimedi non si intravedono nemmeno all’orizzonte. La birra continua imperterrita a fermentare, e non è che si possa dire – accomunando il vecchio continente – mal comune mezzo gaudio, in qualche modo si dovrà reagire. Per intanto, meditiamo gente, meditiamo e sorseggiamo una Ale.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)