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mercoledì 8 novembre 2017 12:00:00

I catalani conoscevano il sistema di fare vino spumante già nel XVIII secolo perché utilizzatori di tappi in sughero provenienti  dalle zone di Gerona e La Selva. Solo nella prima metà del XIX secolo furono compiuti i primi passi verso l’impiego del metodo già definito in Champagne. Da subito i catalani si accorsero che quel vino non poteva essere la rappresentazione del solo sistema di rifermentazione in bottiglia, bisognava anche articolare studi e selezioni sulla natura dei terreni e dare attenzione al micro clima, sempre nella prospettiva di migliorarsi.

Questo paventato progetto, all’inizio più un’intuizione che un saldo proposito, ha percorso un lento e lungo viaggio di concretizzazione filosofica e razionale. Nel 1932 ci fu una prima definizione di vino spumante, nel 1959 apparve la dizione Cava e nel 1966 la regolamentazione produttiva, infine nel 1986 (anno di adesione della Spagna alla CEE) si adeguò alle legge comunitaria. La regolamentazione conclusiva è del 1991.

La ricerca di una più definita territorialità produttiva non s’è mai fermata, perché molti produttori hanno creduto, e credono, che recuperare un’identità di spazio giustifichi l’impiego anche del concetto di terroir. Il Ministero spagnolo (non quello catalano) dell’Agricoltura, della Pesca, del Cibo e dell’Ambiente, spinto dalle richieste dei catalani, ha quindi emanato una regolamentazione che istituisce la dizione “Cava de Paraje Calificado” abbinato al nome dell’azienda nell’etichetta. Non solo, per dare più valore alla nozione ha istituito anche la qualificazione del singolo vigneto, ridotto la resa fino a 48hl/ha, le piante devono avere minimo dieci anni, la sosta in bottiglia di trentasei mesi, ed è ammessa solo la versione brut.

Questo s’è trasformato, sempre da parte del Ministero della Spagna, nell’approvazione di dodici spazi viticoli, quindi dei grand cru, abbinando i  produttori alle loro vigne. Cordorníu s’è visto riconoscere i cru La Pleta, El Tros Nou e La Fideura, Gramone il Font de Jui, Recaredo i vigneti Turò d’en Mota e Serral de Vell, Torelló il Vinyes de Can Martì, mentre Freixenet la Can Sala. Ci sono anche Alta Alessa con Vallcirera, Juvé i Camps con La Capella, Vins el Cep con Can Prats e Castellroig con Terroja.

Siamo di fronte a una micro-rivoluzione con destinazione “unicità di qualità” che potrebbe avere come spada di Damocle l’impetuosa politica separatista catalana di questi ultimi mesi. Che accadrà a questa nuova legge? Tutti gli ingegnosi sforzi svaniranno? Che ne sarà del nome Cava? Se indipendenza dovesse essere, chi dovrà trovare un nome alternativo alla denominazione? La legge attuale, normata dall’Europa, consentirebbe alla Spagna di avvalersi del nome Cava, nonostante l’80% del vino sia prodotto in Catalogna, e alla Catalogna che resterebbe? In attesa degli eventi una certezza è già definibile: non potrà esistere una denominazione transnazionale.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)