mercoledì 12 luglio 2017 16:30:00

Ogni tanto sorbire del Sangiovese toscano fa bene al corpo e alla mente, soprattutto quello del Chianti Classico troppo spesso interessatamente chiacchierato per presunta perdita di identità, colpevolizzando di ciò gli incolpevoli internazionali.

Eppure il Sangiovese è bellamente ricco e vanitoso del suo sé quando riesce a rinfrescare, senza le esacerbanti ruvidità di tannino al corniolo quella espressività di beva, per volerne fluire, in versione strettamente ortodossa del dialetto toscano “uta e riauta”, ovvero che dopo il primo bicchiere c’è anche il secondo, come la rivincita al tresette della bettola chiantigiana.

Il Chianti Classico Poggio Scalette 2014 di Vittorio Fiore fatto a Ruffoli di Greve in Chianti è un amor di sangiovese. Lucido nel colore rubineggiante, intenso quel tanto nella sua cromaticità che non lo pinoteggia e né lo cabernettizza. Viola mammola e glicine, ciliegia nera e fragola selvatica, quasi un naturale speziato, anche se di legno non se ne parla (fa cemento). Ha tannino sostanzioso ma non ruvido, con un tono dolce/amaricante come di acido succinico, di succo puro di ciliegia; ciò che lo rende amorevole alla beva è però la freschezza, è come se avesse assorbito tutte le fragranze dentro al sangiovese, sia del fresco frutto che dello sbocciante fiore. Il palato si insaporisce di sapidità, in una di quelle casualità in cui il tannino non si rinvigorisce con l’acidità. La beva si fa fluida, snellamente rinfrescante, il vino scivola e insaporisce sensazioni gustative dirette e indirette, è gioioso del proprio spirito di chiantigianità. Che c’è di meglio di questa forbita semplicità? Ma la “riauta”! Che dire? Sangiovese sano in corpore sano!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)