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giovedì 27 luglio 2017 16:00:00

Che sia il titolo di un film del vulcanico Robert Zemeckis? Oppure un’inedita opera di Philip K. Dick? Niente di tutto questo. In quest’estate siccitosa e infuocata, sulle cui cause si stanno aprendo dibattiti e discussioni, ciò che ricorre con quotidianità è: cambiamento climatico. Che tradotto in cose di tutti i giorni equivale a dire: fa sempre più caldo.

Il dibattito in corso si sta concentrando sempre con maggior frequenza anche verso i risvolti viticolturali, tanto che la domanda constante è: che accadrà? Al di là delle notizie catastrofiche che da qualche parte stanno uscendo e su cui sembra anche difficile diffondere delle categoriche smentite, c’è qualcuno nel mondo del vino che sta cercando di correre ai ripari, o quanto meno ha iniziato a mettere le mani avanti prima che la caduta sia rovinosa.

Molto interessante è il lavoro che sta svolgendo in Catalogna l’azienda Torres, una ricerca concentrata sul percorso dei cambiamenti climatici e degli effetti delle radiazioni solari in vigna. Secondo gli studi l’areale viticolo dell’Europa occidentale, della California e dell’Australia ha subito un incremento di temperatura che sta portando a vendemmie sempre più anticipate, senza – per il momento – incidere sul livello qualitativo. Però se l’incremento non si stoppa, molti di quelli areali diminuiranno drasticamente.

L’università del Texas prevede che il terreno destinato a vite diminuirà in Cile del 25% entro il 2050, ben più ampio sarebbe quello in Australia, dove si rischierebbe fino al 70%.

L’azienda Torres sta cercando di individuare se è possibile contrastare questo declino studiando la viticoltura del passato. Nel 1980 Torres chiese ai viticoltori della Catalogna se nei loro vigneti fossero presenti dei vitigni strani e sconosciuti, lo scopo era quello di analizzarli, recuperarli a produzione e cercare di dargli un nome.

Nel 1996 ecco quindi apparire (come resuscitato) il vitigno Garró, un super tannico dal colore fitto, un rosso quasi nero.

Sono trascorsi oltre 30 anni da quel 1980 e adesso i vitigni recuperati sono 46 e stanno affrontando dei test in vigna per verificare la loro resistenza e il loro comportamento con questi nuovi e brucianti effetti solari. L’intento è di scoprire quali di quei vitigni si adatteranno al clima arido e matureranno poco prima dell’autunno, quindi non subendo l’effetto di precocità. Secondo uno studio svizzero un clima come quello odierno si verificò durante il Medio Evo e i vigneti di quel tempo generavano comunque del buon vino, quindi ricerchiamo quei vitigni.

Le prospettive sono molto favorevoli, purtroppo subentra la burocrazia, perché la loro riconoscibilità e autorizzazione alla coltivazione come uva da vino potrebbe richiedere anche una ventina di anni. Lo spiega molto bene un report di theatlantic.com, che intervistando Torres Maczassek, evidenzia che le prospettive di fare dei vini in climi problematicamente caldi ci sono tutte, a patto che ci sia la possibilità di sperimentare, sperimentare e risperimentare senza che le leggi attuali si mettano di traverso.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)