lunedì 19 settembre 2016 16:30:00

Che la parola ormai risieda nel pensiero di ogni degustatore è un dato ineccepibile, quasi quasi si cerca anche di indirizzare la descrizione di un vino in un senso tale per farne diventare obbligatorio l’impiego per chiudere, supportare o certificare un discorso descrittivo. Ogni definizione che si vuole assegnare alla parola ondeggia tra diverse espressioni, con radici nel terreno, nel clima, nel microclima, nella tradizione del luogo e del suo saper fare: insomma è un quid di un qualcosa che sintetizza il succo di tanti altri concetti soggetti a spremuta.

Adesso è scesa in campo anche la scienza per chiedersi se il freddo rigore scientifico può descrivere il terroir. Il dibattito ha generato specifiche considerazioni, soprattutto sul fatto che il terreno non ha quell’influenza sulla costruzione del terroir come s’era inteso. Il terreno è strategico ma non essenziale, semmai è la sua conduzione, il saperlo lavorare, che fa lo fa terroir, un esempio: irrigare per pericolo di siccità è intervento anche sul terroir, perché aiuta il futuro vino a essere legato alla sua culla di materia terrosa.

A questo punto c’è da stabilire chi dice che un vino sia espressione del terroir? L’agronomo, se non il geologo, perché chiarisce che la struttura del sottosuolo fa uscire un vino con distinte espressioni di profumo (viene in mente la polvere di cannone del Petit Chablis o il kerosene nella Mosella per il Riesling), piuttosto che di sostanza gustativa minerale di un Central Otago Pinot Noir? Oppure è il wine maker che lo spiega formulando il concetto di una filiera enologica rispettosa dell’ambiente o della purezza del fruttato, semplicemente perché la vigna è stata trattata bio e non c’è SO2 aggiunta? No! In entrambi i casi siamo in difetto. Terroir è espressione di una descrizione meditata, condotta da degustatori esperti di quel territorio, che sanno descrivere la vera essenzialità del terroir che è il distinguere un vino dentro un territorio più o meno grande, anche se la distanza tra i vigneti è di pochi metri, esempio: Romanée Conti da La Romanée.

Noi crediamo che in degustazione anonima tutto sia maledettamente complicato, perché è necessario un feeling non solo con quel vino, ma anche con le sue annate, i suoi alti e i suoi bassi qualitativi: è un po’ come specializzarsi su qualcosa, o quantomeno psicologizzare quel vino.

Ma la domanda di partenza era: quando c’è il terroir? Di certo quando non si fantastica sul vino, quando non si sparano profumi come una spingarda, quando non si usa la parola per giustificare una carenza di conoscenza del vino e della sua origine. Oppure è il terroir semplicemente perché l’annata 2010 del Brunello di Montalcino A è diversa dal Brunello di Montalcino B di uguale vendemmia? O ancora perché non si riescono a distinguere i profumi in modo così netto per descriverli che ci si rifugia nel classico… è il profumo del terroir.

Niente di tutto questo, anzi il contrario di tutto questo fa il terroir, e questo contrario non si spiega, si assorbe con coscienziosa esperienza di degustazione, perché ci si deve sempre ricordare, comunque, che il terroir non fa profumo! Ahi, ahi!

AIS Staff Writer

 

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