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venerdì 28 giugno 2013 12:00:00

I Paesi Bassi sembravano avere un clima e un suolo più favorevole ai tulipani che alla vigna: troppo umido e troppo freddo. Negli ultimi venti anni sono germogliate cento aziende viticole, che sfruttano incroci resistenti al freddo e alla muffa, come il Johanniter e il Solaris d’origine Austriaca e Tedesca. A detta di loro l’ostacolo maggiore non sembra essere la qualità, ma il prezzo di produzione. Mah!

In Giappone la viticoltura risale al XVI secolo, ma un vero e proprio balzo in avanti non lo ha mai fatto. L’avvento della globalizzazione, il cambiamento dei gusti e la confusione su come sia o non sia il gusto del vino ha un po’ ringiovanito in questo ultimi decenni una situazione di sapore giapponese e l’ha staccata dalla posizione di imbevibilità al di fuori della nazione a un po’ di attenzione in alcune degustazione internazionali. Nella prefettura di Yamanashi si trova la produzione del Koshu (vitigno locale) che assomiglia, anche se un po’ alla lontana, al Melon de Bourgogne: ha delicatissima mineralità, leggerissima effusione olfattiva in toni fruttati un po’ neutri, ha freschezza leggera, finale un po’ strategicamente amaricante che dicono sia ideale in abbinamento con il Sushi.

La Tunisia fu considerata per molti anni un’estensione dei vigneti francesi, comunque si trascina dietro una storia viticola che nasce dai Cartaginesi. La Tunisia ha suolo e sole per fare del vino, ma i fattori religiosi ne hanno frenato l’attività dopo l’indipendenza del 1950, quando le aziende entrarono sotto la giurisdizione statale. Adesso c’è una linfa nuovissima che nutre i processi di investimento, e dopo anni e anni di sonnolenza qualche azienda ha iniziato a fare capolino nei mercati internazionali, mentre tutto il resto resta ancorato al consumo del turismo locale.  Putroppo di “tunisino” c’è poco, è più una viticoltura dai rimandi provenzali o della Linguadoca, con uve come Rolle, Carignan, Mourvedre e Grenache, per arrivare fino allo spagnolo Pedro Ximénez. Il sole del Nord Africa non crea problemi per il potenziale alcolico del vino, semmai c’è un rischio di perdita di acidità e di profumi; infatti il timore dei “nuovi” vignaioli è di perdere la possibilità di fare del vino bianco, cosa questa già ai minimi livelli, e comunque il rosato comincia a imperare.

Capo Verde è un controsenso viticolo e lo diventa ancor di più sapendo che il vino che vi si ottiene (160.000 bottiglie all’anno) è sufficientemente attraente per i degustatori. Le uve si coltivano nel pianoro di un antico vulcano nell’isola di Fogo per opera di due cooperative, Chã e Sôlade. La viticoltura e lo stampo enologico sono di stile portoghese, mentre il suolo vulcanico, le giornate calde, secche e fredde, con notti adeguatamente umide ne fanno un luogo ideale per la viticoltura e ancor di più per il turista che si trova di fronte un paesaggio eno-lunare. Uno dei vitigni principali è il Muscatel. I vini superano facilmente i 14°, per cui certe volte l’equilibrio gustativo risulta un po’ compromesso; in questo ultimo lustro alcuni wine consultant italiani sono intervenuti per strutturare un’enologia meno sbilanciata nel valore alcolico dei vini.

Irlanda. Il cielo d’Irlanda è un oceano di nuvole e luce, il cielo d’Irlanda è un enorme cappello di pioggia. Con queste premesse canore (Fiorella Mannoia) risulta evidente che la tradizione di fare vino in Irlanda ha le gambe corte e il canto lo certifica. Hanno invece una storia di uomini del vino per il lavoro degli emigranti, quando a partire dal XVII secolo si insediarono a Bordeaux, nel Cognac e nella Valle della Loira. Oggi qualcuno di loro ci sta tentando a Lusk e ad Amur presso Cork. Sono ancora in piena e rischiosa fase sperimentale, ma se non si abbassa il livello di umidità e le estati non diventano poco piovose, qui il vino resterà un’utopia enologica.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)