venerdì 27 febbraio 2009 14:37:00

Uno dei libri sul vino più belli e intensi da me letti nel corso del 2008 è stato sicuramente il volume Reflections of a wine merchant (Farrar, Strauss and Giroux New York), di Neal I. Rosenthal.
Chi sia Mr. Rosenthal è presto detto, un importatore di vini di qualità negli States di lunghissima esperienza, la cui attività ha inizio verso la fine degli anni Settanta, ma non un importatore qualsiasi, bensì uno che sin dall'inizio ha voluto concentrare la propria attenzione e le proprie scelte su vini che esprimessero un ben preciso "sense of place", ovvero un carattere ben determinato che rivelasse l'origine e la provenienza dei vini , in altre parole quello che i francesi chiamano l'esprit du terroir.
Vini francesi ovviamente, con una netta prevalenza dei vini della Bourgogne, della Vallée de la Loire, della Côte du Rhône, della Provence, su quelli di Bordeaux, ma anche vini italiani, scelti, come viene bene raccontato nel libro, che è un diario di viaggio di una vita spesa tra vigneti e cantine tra Francia e Italia, ponendo estrema attenzione non solo alle caratteristiche qualitative dei vini, al loro valore, ma all'aspetto umano, alla personalità dei produttori, con il quale l'importatore non deve avere solo un rapporto di lavoro, quale esiste tra il fornitore di prodotti (vini) e chi s'incarica di farli conoscere e venderli all'estero, ma una sorta di complicità, di collaborazione stretta, di empatia, di dialogo che in taluni casi, come il libro rivela, sfocia addirittura nell'amicizia.
Merito di una visione comune del vino, come qualcosa di buono, di vero, di culturalmente significativo, e di una idea del produrre vino la più naturale e meno interventista possibile, all'insegna di una filosofia del terroir che ha reso Rosenthal tra i più noti esponenti di una corrente definita, paradossalmente, terroiriste, ma anche di una idea, poco moderna se si vuole, ma sempre e comunque valida, che tende a vedere il vino come espressione diretta della personalità di chi lo produce, senza condizionamenti legate alle mode, all'influenza della stampa specializzata o dei potenti guru della critica.
Responsabile oggi di una società la Madrose, che distribuisce soprattutto vini europei in 35 Stati, Neil Rosenthal appare come un testimone di una civiltà del vino, di un'idea alta del fare cultura del vino facendolo conoscere e apprezzare presso mercati lontani dal luogo d'origine dove quei vini sono stati prodotti, che sempre più ci appare come l'ideale salvagente, come il punto forte d'attracco, dopo troppi anni dove nel nome del business il vino è stato stravolto e spogliato dei suoi valori più veri per renderlo pura espressione commerciale, prodotto uniformato e appiattito, ridotto a merce, quando dovrebbe essere invece, com'è, espressione dell'intelligenza e del savoir faire umano.
A Neil Rosenthal ho chiesto di parlare della sua esperienza raccontata in un libro, che se capite l'inglese, vi consiglio assolutamente di leggere. Considerate e meditate con attenzione le argomentazioni di questo 64enne grande personaggio del vino: sono certo che sarebbero piaciute molto, perché assolutamente in sintonia con il suo modo di pensare, a Teobaldo Cappellano, re del Barolo Chinato e Don Chisciotte della Langa, che è scomparso, lasciando un enorme vuoto, in questi giorni...

Mr. Rosenthal, nel suo bellissimo libro lei racconta trent'anni di esperienza come wine merchant ed il suo stile di lavoro. Può spiegare perché abbia scelto di avviare questa attività di selezionatore e importatore di quality wines soprattutto europei che all'epoca non era di certo diffusa negli States? E' difficile spiegare le scelte che si fanno nel corso della vita. Da bambino e da ragazzo non ho avuto nessun rapporto diretto con il vino. La mia prima esperienza con il vino è stata in Europa, nel 1966, quand'ero uno studente universitario.
E quando decisi di non praticare più la mia professione di avvocato, il mio desiderio iniziale era di quello di diventare uno scrittore e quando apri un negozio di vini a New York, fu solo con l'intenzione di guadagnare abbastanza per potermi permettere questa attività. Il vino però diventò molto rapidamente una vera e propria passione e capii subito che lavorare con singole aziende fosse il modo migliore per capire il vino che, dopo tutto, rimane un prodotto agricolo. Ed infine sebbene avessi fatto qualche tentativo con vini californiani, i vini tradizionali della Vecchia Europa (Francia e Italia) mi apparvero subito come le maggiori e più ricche fonti per dimostrare le meraviglie del terroir.

Che differenze di stile di lavoro, d'impostazione, trova esistano tra un piccolo importatore di nicchia, come è lei, e la maggior parte dei normali importatori? Si tratta solo del tipo di rapporto che si stabilisce con le aziende, che nel suo caso è un rapporto quasi di "identificazione" oltre che di amicizia, e comporta un suo essere garante dei vini che seleziona, o esistono altre differenze?
La differenza essenziale sta nelle intense relazioni interpersonali che si arrivano a sviluppare con i produttori e con i clienti. Siamo spinti ad acquistare i vini da una forma di amore e ammirazione per loro e non tenendo conto di quello che in quel determinato momento tira sul mercato. Il nostro metodo nel selezionare i vini si basa su una reciproca conoscenza che si sviluppa tra noi ed i nostri fornitori e ci consente di accettare e trarre vantaggio dagli imprevisti e dai capricci della natura.

Neil, lei avrebbe mai potuto selezionare e importare negli States un vino solo perché le avrebbe garantito un successo commerciale e buoni guadagni mentre invece quel vino ed il modo di lavorare di quell'azienda non la convincevano?

Non ho mai selezionato e acquistato un vino semplicemente perché pensavo che si sarebbe venduto bene. Devo amare il vino che acquisto e vendo. Il nostro obiettivo consiste nel selezionare vini che esprimono il nostro gusto e le nostre idee di qualità: in seguito noi cerchiamo di trovare clienti che condividano i nostri obiettivi ed i nostri ideali.

Le dà fastidio o si riconosce nella definizione di "wine terroirist" che le è stata data? E che significato ha per lei essere un difensore dei valori del terroir? 
Il terroir costituisce l'anima del vino ed il vino deve esprimere la propria identità. Il suo carattere è definito dal suolo e dal clima e dalla cultura dell'area specifica in cui il vino cresce. Andare alla ricerca di vini che esprimono il terroir ci porta ad avvicinarci alla natura e ci consente di rimanere umili, consapevoli che non possiamo controllare nulla e che dobbiamo in un certo qual modo "arrenderci" alle ragioni del nostro piacere. L'esatta accezione di terroir costituisce una forma di difesa della nostra cultura contro l'omogeneizzazione del gusto e la dittatura del marketing.

Perché, secondo lei, un vino ha un vero "esprit du terroir"? Vuol solo dire che ha una personalità unica ed inconfondibile oppure che rivela con chiarezza le proprie origini?

Un vero "vin de terroir" è unico. Deve parlare e rivelare le sue origini: la giusta varietà di uva quando abbinata al giusto suolo e clima di una determinata zona consente al produttore di catturare "la magia" di quel terroir. Ma il produttore non deve puntare ad influenzare e determinare il carattere del vino manipolandolo attraverso i processi di vinificazione o imponendo uno stile che di fatto evidenzia influenze e stili estranei al vino.
Di conseguenza, ad esempio, mi oppongo ad una filosofia che esalta le "iper-estrazioni" e l'uso abbondante del legno nuovo, procedimenti ognuno dei quali tortura il vino e annulla il suo carattere.

Com'è cambiato in questi circa trent'anni di sua attività di wine merchant il mercato del vino negli States e l'idea del vino presso gli appassionati americani?
Il mercato del vino negli Stati Uniti oggi è molto più ampio di quando cominciai la mia attività nel 1977. Allora c'erano pochi clienti, era un business per appassionati ed era una questione e un affare d'élite. Da allora il vino ha gradualmente conquistato un suo spazio nella cultura Americana e l'audience si è enormemente ampliata. Naturalmente i mezzi di comunicazione di massa hanno avuto un'immensa influenza sul mercato.
Oggi c'è una grande quantità di danaro che può essere perso o guadagnato nel mercato del vino ed il mercato stesso è saturato (direi inondato) con vini provenienti da ogni parte del mondo. C'è troppo vino e la maggior parte e poco interessante e ben poco piacevole da bere. Ma c'è per fortuna anche una generazione di importatori e distributori di vino, sommeliers e consumatori che sono affascinati dai vin de terroir e che capiscono quanto sia importante incoraggiare chi li produce e chi li vende come una forma di difesa dei valori della qualità e della individualità nella nostra cultura.

Mr. Rosenthal com'é cambiata la percezione e l'immagine del vino italiano negli States da quando, alla fine degli anni Settanta, lei ha iniziato la sua attività di wine merchant ad oggi? 
Questa è una domanda difficile e complessa. Negli anni Settanta negli States erano presenti i vini commerciali prodotti in grandi quantità, vini come quelli di Bolla e Folonari e come i Chianti in fiasco. Alcuni di questi vini italiani esistono ancora ma ora l'Italia viene vista come la terra d'origine di alcuni dei più grandi vini del mondo, anche se molti dei vini più famosi non mi piacciono e non corrispondono ai miei gusti, cosa che mi dispiace.
E di converso alcuni dei più favolosi vini che ho letteralmente adorato negli anni Settanta, ad esempio gli eccezionali Spanna di Vallana, oggi non esistono più perché erano troppo autentici ed essenziali. L'Italia è fonte di enorme piacere per me ed è tuttora una terra fertile che consente di scoprire vini originali, anche se si è sviluppata una via troppo "moderna" alla produzione che va a detrimento della cultura e del vero carattere del vino italiano.

La sua selezione di vini italiani comprende aziende come Brovia, Montevertine, Grosjean, Luigi Ferrando, Bea, Triacca, Bisson, Bruno Verdi, La Torre, aziende solide e serie ma non certo delle superstar mediatiche sostenute dai 95/100 di Parker o di Wine Spectator. Pensa sia più facile proporle oggi che un crescente numero di consumatori é alla ricerca di vini veri e non delle solite cose standard?
Detesto apporre un punteggio accanto al nome di un vino pretendendo che possa costituire la descrizione di un vino. Il vino è una cosa molto più complessa. Non abbiamo bisogno di questo genere di pubblicità per vendere i nostri vini perché abbiamo speso trent'anni e più per dimostrare di poter contare su una selezione di vini che sono interessanti e piacevoli da bere. Il miglior commento su un vino è quando il piatto è stato spazzato via e la bottiglia è vuota.
Non mi piace e non m'interessa leggere la maggior parte delle cose che sono scritte sul vino oggi, perché sono spesi un sacco di aggettivi e vengono descritte le qualità fisiche del vino completate da un punteggio che mi fa pensare ad una pagella scolastica. Quello che invece non viene scritto, e dovrebbe invece esserlo, è come ti senti quando bevi quel vino, come completa la tua esperienza a tavola, che genere di conversazioni piacevoli con i tuoi amici favorisca bevendolo. I migliori vini spesso sono troppo delicati per essere compresi appieno in una degustazione: loro hanno bisogno di essere gustati con calma nel corso di un'intera serata.

Come ha concepito lei, in questi anni della sua attività, il rapporto con la stampa?
Sono sempre stato trattato bene dalla "stampa". Io rispetto il lavoro che i giornalisti devono fare, ma non vengo a patti e non "traffico" con la stampa. Se qualcuno vuole degustare i vini che seleziono e commentarli, bene, siamo a disposizione e collaboriamo, ma non arriviamo mai a sollecitare l'interesse della stampa o a spingere i nostri vini come fossero dei partecipanti a dei concorsi di bellezza...

Lei non crede che produrre vini unicamente per piacere a Mr. Parker o a mr. Suckling o ad altri e ottenere alti punteggi in centesimi rappresenti una sconfitta del produttore e un suo modo di rinunciare ad esprimere sino in fondo la sua personalità e la verità del terroir dove opera? 
E' assolutamente pazzesco produrre un vino conformandosi al gusto di una particolare persona perché i gusti e le mode cambiano ed è assolutamente disonesto produrre un vino con questo preciso intento. E io non userò mai il termine "produrre" riferendomi ad un vino, perché i migliori vini sono pure espressioni della natura e quando i vini sono "prodotti", progettati, concepiti a tavolino, sono privi di anima e perdono un anima se l'hanno...

Se oggi ci troviamo di fronte ad un panorama del vino sempre più standardizzato e ad un numero crescente di boring wines noiosi, tutti uguali tra loro e privi di piacevolezza non crede che sia in larga parte per colpa di una stampa troppo onnipotente e pigra e di produttori e winemakers senza personalità?
La standardizzazione dei vini, come di tante altre cose che sono prodotte oggi, è il diretto risultato di una precisa volontà di fare soldi e di manipolare il mercato attraverso la pubblicità. La "stampa" può pubblicare liberamente i propri commenti sul vino e noi dobbiamo leggerli e tenerne conto senza diventare prigionieri di quel gusto. Gli individui devono essere pronti a combattere contro l'omogeneizzazione della nostra cultura. E' una battaglia quotidiana che coinvolge e si estende ad ogni aspetto delle nostre vite e non è limitata all'arena del vino. Ogni nostro atto è un atto politico e tutti noi siamo individualmente responsabili dei nostri comportamenti. Dobbiamo tutti essere educati e curiosi e pronti ad un atteggiamento di difesa contro il marketing di massa ed il potere dell'industria.

Crede che in Europa, in Francia ed in Italia sia più facile trovare vini che esprimano una "somewhereness" ed un senso delle proprie origini? Ed è per questo che ha concentrato la propria attenzione ed il proprio lavoro sui vini di queste due antiche terre?
Sono persuaso che culturalmente l'idea di terroir sia più profondamente radicata in Francia e Italia ed in diverse zone dell'Europa occidentale che nel "Nuovo Mondo". E inoltre più la storia del vino è lunga è sviluppata più profonde sono le sue radici. I terroir veri esistono ovunque. La domanda é se un vino debba esprimere il proprio terroir e se questa espressione possa piacerci o meno. L'Europa secondo me ha molte più cose da rivelare e da essere riscoperte. Nella valutazione dei vini dobbiamo essere pazienti ma anche intolleranti e non disposti ad accetare compromessi.

Come vede, anche alla luce dell'attuale crisi economica, le prospettive per i vini esteri (e quelli italiani in particolare) negli States? C'é il rischio che venga privilegiato il consumo di vini americani e ridotto il consumo di vini esteri (con il dollaro che continua ad essere più debole dell'euro)?
I valori più sicuri nel vino, secondo me si trovano nei vini europei nonostante il potere del dollaro. La migliore qualità è sempre la migliore garanzia di successo. E ci sarà sempre un mercato per vini di qualità e personalità e di grande autenticità provenienti da Francia, Italia, Germania, Svizzera, perché abbiamo bisogno di verità e grandezza e autenticità nelle nostre vite, anche se la crisi imperversa e l'economia va male.

Intervista a cura di Franco Ziliani

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)