mercoledì 24 settembre 2014 10:30:00

Molti hanno trattato la questione del vino giapponese ottenuto da uva koshu. La medesima viene rappresentata, giustamente, con un alone tra il misterioso e il mitologico essendo la più importante uva autoctona (sì, forse si può dire così) del Giappone. La storia (forse una leggenda?) indietreggia fino al 718 e si miscela con aspetti religiosi che investono il Buddismo e che niente hanno a che vedere con l’enologia, piuttosto con la medicina. Di una cosa siamo certi, e ce lo segnalano gli amici sommelier giapponesi, che i tentativi di migliorare il sistema di coltivazione e di vinificazione sono stati continui e ancora in fase di evoluzione.

Noi ci eravamo già imbattuti nel vino koshu già nel 2001, quando gettammo le basi per la creazione del Club AIS Japan e rimanemmo sorpresi da questo vino per due espressioni degustative alquanto inconsuete: effluvi olfattivi amaricanti, tra mallo verde, pesca oltre l’acerbo e un indistinto fogliaceo verde; gusto con sinergica congiunzione d’una pseudo aspra acidità e un amarognolo che molto ricorda la buccia delle pesche selvatiche. Lo abbiamo rivisitato più volte e il miglioramento riscontrato è stato molto, molto limitato.

Una grande curiosità ci ha assalito quando ci siamo trovati in degustazione il First Bottle Koshu 2013. «E che sarà mai?» direte voi! Invece udite, udite, è firmato Riccardo Cotarella. Chi mastica di vino non ha bisogno che gli sia presentato,  invece ciò che ha fatto merita una giusta considerazione. Lavorare il Koshu non è cosa semplice, perché se il risultato non differisce da tutto ciò che è stato fatto fino a oggi, si andrebbe incontro a qualche sibillina frase di troppo.

La degustazione del First Bottle Koshu 2013 è stata sorprendente. Finalmente il vino ha guadagnato il meglio della sua semplicità, oltre non è possibile chiedergli come prestazione. Immacolato in limpidezza e sfavillante nel trasparentissimo effetto verdolino diamantato, come è naturale per questa uva. Finalmente ha un profumo in equilibrata intensità amaricante, perché sono le bucce di agrumi verdi che impreziosiscono il corredo e trasformano l’amaricante di un tempo in un profumo di essenze orientaleggianti. Al gusto la potenza della freschezza ondeggia come un lottatore di sumō, per cui le papille si sentono strattonate dalla personalità dell’acidità, che giostrano nell’equilibrio del gusto cercando, con successo, di allontanare l’avversario morbido dal dohyo.

Noi plaudiamo al lavoro sul Koshu di Riccardo Cotarella e all’operazione di marketing che c’è dietro, non ultima la sua foto in bottiglia, perché lo intendiamo come il frutto del saper fare italiano. Il successo di questo vino non bacerà il solo Cotarella, ma sarà un biglietto da visita per tutto il mondo del vino italiano, perché attraverso il lavoro svolto si dà qualificazione a tutto ciò che c’è dietro la filiera viticola italiana e il vino italiano potrebbe essere anche guardato con un’angolazione più favorevole. D’altronde se dal Giappone s’apprende tecnologia avveniristica, noi gli riportiamo la parte antica della storia del mondo, quella del fare del buon vino. Buona fortuna Koshu.

AIS Staff Writer

 

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