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giovedì 7 settembre 2017 11:30:00

È abbastanza frequente impiegare la parola “longevità” durante le degustazioni delle anteprime. Eventi del genere sono utilissimi, non solo per toccare con mano il feeling di una data annata nella versione base dei vini, ma anche di sondare il fatidico potenziale di evoluzione dei cosiddetti vini da cantina. Alcuni titolati anglo-degustatori s’inventarono anche il “best after”, i francesi mostravano (e ancora mostrano) l’immagine di una bottiglia con inclinazioni variabili, se orizzontale da attendere, se verticale da bere. L’idea che un vino possa migliorarsi con il trascorrere del tempo ha un bell’appeal, la certezza che ciò veramente accada però non può essere garantita, quindi il gioco delle incertezze si completa solo di fronte a quel vino che ha raggiunto uno stadio di longevità.

La parola longevità è però un po’ equivoca, perché è la capacità fisiologica di un organismo (che lo sia anche il vino?) di sopravvivere oltre il limite ritenuto medio per la specie a cui appartiene. Siccome noi trattiamo il vino, sostituiamo la specie con tipologia e specifichiamo che quella tipologia è il Chianti Classico.

Al Castello di Querceto l’aria che si respira è satura di una tale chiantigianità da perdersi nella notte dei tempi, e la famiglia François ne è l’emblema fin dal tardo 1800.

Il territorio che da Greve in Chianti  s’allunga fino a Dudda e poi va a Lucolena in Chianti ha dell’incontaminato, sebbene non sembri rientrare nel luccichio di quel “Classico” che da Spedaluzzo va a Greve e di lì a Panzano e poi la podesteria di Radda con i Tre Terzi. L’essere fuor della via ha fatto del Castello di Querceto un tesoro da scoprire, più che un marchingegno in bella vista. E noi il tesoro lo abbiamo scoperto, non a due passi dall’azienda, ma in un oriente eccentrico e fervoreggiante per il vino italiano che è Singapore, e non abbiamo trovato l’ultima release, come parrebbe logico, ma un vetusto (nell’etichetta e nel vetro) Chianti Classico Castello di Querceto 1978. Straordinario è il contrassegno del Consorzio, in lamina, con impresso logo e annata, e filo di ferro fissato girocollo con il piombino. Anticipiamo la conclusione: vino outstanding e siccome niente conoscevamo abbiamo chiesto ad Alessandro François notizie sul 1978. “Fu un’annata molto calda, piovosità scarsa, però le viti non si trovarono in stress idrico. Si produssero vini concentrati, di grande personalità, di grande nerbo, proiettati nelle longevità, forse non finissimi”.

Riscontro di quel 1978 nel 2017. Il colore è granato, ben lucido, l’unghia accenna appena all’arancio, però la tinta ha trama integra. C’è una variegata e delicata ampiezza al profumo, ancora con petali di viola appassita, confettura di ciliegie, un tocco di pelliccia di selvaggina, finissimo pepe nero, del forest floor, tartufo nero e fondo di caffè. Liquidissimo il suo volume al palato, crea un effetto seta che soavizza le papille, spargendo sapidità e morbidezza ben ravvivata (sì: ravvivata!) dalla tipica sangiovesità acida. E il finale s’allunga e ci stampa un bel francobollo dall’elegante filigrana, a sorpresa, da catalogo Bolaffi.

Questo Chianti Classico 1978 ha anima tutta toscana, sangiovese oltre il 90%, poi le autoctone canaiolo, colorino, mammolo, ciliegiolo e malvasia nera, a cancellare quell’equivocante “sopravvivenza”, insita nella spiegazione del concetto della longevità, perché questo Castello di Querceto Chianti Classico 1978 non sopravvive, “vive”.

AIS Staff Writer

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)