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martedì 23 settembre 2014 15:15:00

Leggiamo con un certo interesse l’articolo che K.M. Frise, chef, author e advocate pubblica il 29 agosto su huffingtonpost.com.

Il titolo è molto bizzarro, lo citiamo in inglese: how restaurant wine lists are sexist. Tradotto nel volgo comune dell’idioma italico equivarrebbe a insinuare, però con molta insistenza, che la carta dei vini dei ristoranti è sessista, oppure che c’è del sessismo nelle gestualità propositiva e di rappresentazione al tavolo della carta dei vini.

Aprici cielo e spalancati porte, tutte le associazioni femminili sarebbero dovuto esplodere contro questa sibillina conclusione, ciò non è accaduto perché la capacità di razionalizzare l’oggetto effimero del contendere è superiore alle vacue espressività dell’autore.

Per costruire quel titolo strano si parte da questa esperienza.

L’estensore dell’articolo dice di essersi recato a cena; una volta salutati dalla host(ess) e messisi comodamente seduti, il primo passo è stato quello di portare l’acqua, poi tre minuti dopo, previo un altro convenevole di benvenuto, gli viene – verrebbe – chiesto: volete qualcosa da bere per iniziare, o meglio, posso portarvi qualcosa da bere oltre l’acqua?

A questo punto ci sono tutti dei ghirigori di situazionismi interpretativi in relazione all’affermazione dell’addetto al servizio. Il discorso inizia a sbandare pericolosamente su aspetti psicologici che mal si conciliano con una serena colloquialità di servizio al ristorante.

L’autore gioca sul fatto che oltre l’acqua qualcosa si possa naturalmente bere, poi riesce a tirar fuori una complicanza così complicata che qualunque sommelier resterebbe stupito, perché in quel frangente nessun commensale è riuscito a scegliere qualcosa da bere, oltre all’acqua già disponibile. Motivo? Mancanza di tempo.

Poi il discorso si allarga e si fa più equivoco, perché getta l’àncora sul fatto che il tempo a disposizione per la scelta non supera i tre minuti. Da parte nostra non abbiamo in Italia questo folgorante riscontro, chissà se negli States s’è sviluppato il movimento fast choosing wine.

Infine ecco il sessismo. Al tavolo viene portata una sola carta devi vini. Noi abbiamo memoria che se ne chiediamo due o anche tre in Italia, nei ristoranti con adeguato servizio commerciale non ci sono molte difficoltà, anche se non crediamo che ciò sia maggioritario come numero.

Poi l’appunto si fa conciso, nel senso che la carta viene consegnata al commensale uomo più anziano del tavolo: ed ecco il sessismo.

L’AIS non dà queste indicazioni, perché di solito la carta dei vini o viene chiesta da qualcuno o si chiede a qualcuno dei commensali di prenderne visione.

Il redattore dell’articolo dice con un po’ di sarcasmo da filosofo dell’american way to food and wine, che l’offerta della carta dei vini in via preferenziale al maschio denota una società ancora dominata da un macho pensiero, mentre la donna, la signora, la femmina è perfettamente capace di scegliere un vino.

Noi di AIS non ne siamo convinti, di più, ne siamo ultra convinti, per cui ci stupisce molto questa disquisizione transoceanica.

C’è tutta un’esposizione patriarcale a corredo di questa estiva esternazione, nel senso che l’elastico tra ciò che il patriarca della famiglia sceglieva per tutti non si  è ancora rotto, poiché storicamente quando qualcosa da bere veniva servito, le donne non erano sedute a tavola, ma ancora indaffarate a sistemare le ultime porzioni delle portate. E va bene ce ne faremo una ragione storica, diciamo noi!

Poi si contesta il machismo della nouvelle cousine di Francia, dove la lista del cibo era offerta alle donne senza il costo della pietanza; questo per l’estensore dell’articolo è filo machismo. Il non bello è che non venga interpretato, per quel periodo, come un gesto di sensibilità, e non come lo vuol fare intendere per non occupare il pensiero del piccolo cervello femminile in queste cose.

Ciò detto, c’è un’incomprensibilità di fondo nella faccenda trattata: secondo noi. E poi crediamo che alla Trattoria dello Stringozzo Solitario queste differenze non siano mai esistite: o no?

Adesso che la velina sul prezzo non esiste più, secondo il redattore americano – vi possiamo assicurare che non è così e che le signore non si imbarazzano – si inalbera perché secondo lui il 50% delle persone sedute al tavolo sono obbligate ad aspettare per scegliere qualcosa da bere.

In buona sostanza, si rileva dall’articolo di K.M. Frise, il ristoratore dovrebbe stampare molte carte dei vini (in verità lui parla di bevande), perché ciò incrementerebbe gli ordini, l’efficienza complessiva del locale e snellirebbe il servizio poiché si risparmierebbe tempo.

Può darsi che queste considerazioni abbiano un valore e dei riscontri nel mercato statunitense, anzi, ripensandoci, ne siamo certi, perché moltissimi dei corsi sul vino, per sommelier inclusi, che sono effettuati all’estero hanno un indirizzo più di trading/commercio che non di rapporto cliente al tavolo o all’enoteca e addetto al vino. C’è della tecnologia sommellieristica in quegli addetti che non sono riusciti a umanizzarsi nel servizio del vino, che è qualcos’altro oltre il gesto del servire: è il raccontare il vino! Non scordiamocelo mai.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)