martedì 30 settembre 2014 09:30:00

Montefalco, il paese dei falchi? Mah! Non v’è certezza che il nome sia collegato al fatto che vi fossero dei falchi nel contado, però tradizione vuole che Federico II di Svevia, nel XIII secolo, gli abbia assegnato l’attuale nome.

Di certo la presenza della vigna e l’attitudine a far vino nella zona va ben oltre il millennio, giungendo fino a Plinio il Vecchio, però pochissime sono le notizie da cui si può dedurre che l’uva Sagrantino fosse già lì; c’è chi sostiene convintamente che sia autoctona, altri tirano in ballo San Francesco d’Assisi, altri non si sbilanciano. Una cosa è certa: il Sagrantino sta a Montefalco e dintorni da così tanto tempo che certo considerarla uva alloctona sarebbe un sacrilegio. Leggere la storia del Sagrantino è tuffarsi nella storia della civiltà contadina dell’Umbria; un vino autarchico, spremuto da uve che ogni contadino raccoglieva dai suoi filari, portava in cascina e lo faceva appassire sui graticci fino a inverno inoltrato e il chicco diventava dolcissimo. Poi occhi esperti sgranellavano i grappoli, li torchiavano in torchi artigianalissimi e vi facevano vino, risultato finale: dopo due anni di più o meno tribolata e gioviale fermentazione e passaggi annessi, ne usciva un nettare alquanto dolce, in cui la muscolosità della vigoria tannica era anestetizzata dallo zucchero residuo, e il suo sapore trasmetteva impulsi onirici, in un’era in cui il mondo agricolo era permeato dai racconti delle avventure dei campi e del fluire delle stagioni.

Nacque quindi passito il Sagrantino, poi cambiò la sua personalità, smagrò (si direbbe) e d’improvviso esplose sul mercato con un gusto secco e  tannico, che attirò molta attenzione e curiosità. Ma il passito non mollò il suo osso enologico e resistette all’aggressione del suo gemello, anzi tenne per se quella passione frutto di rimandi atavici.

È sempre un piacere degustare un Montefalco Sagrantino Passito, e l’incontro con il 2007 di Giampaolo Tabarrini, viticoltore in Frazione Turrita, non ha disatteso le aspettative.

È vino color rosso passionale, un granato scolpito da antociani ancora striati da riverberi bluette, dalle nuance fiammeggianti. Il profumo non è del tutto armonioso, però c’è tutta la tipicità dell’uva: marmellata di more selvatiche, mirtillo, uva rossa appassita, fico secco, rosmarino; infine un tostato quasi esoterico d’incenso, di caffè, di vapori di menta. Non è dolce perché il tannino graffia tutta l’entità morbida e lo destina a una vena amabile molto saporita. Ha ancora dell’entusiasmo giovanile (al gusto) da spendere sulla via dell’evoluzione, è un po’ sofferente in spessore, però recupera appeal con un finale lungamente arricchito da un flavor di confettura di ciliegia e liquirizia.

È sempre gradevole allietare le papille a fine pasto, prima del caffè, con un vino di questa personalità gusto olfattiva; tanto che questo Tabarrini Sagrantino Passito 2007, le cui uve hanno dormito sui graticci per 3 mesi prima d’essere strizzate, s’è adeguato anche a fiorettare con l’amarognolo della zuppa inglese, combinandosi però alla perfezione con le note gusto olfattive dell’alchermes: quasi s’accoppiavano quei due liquidi birbanti.

AIS Staff Writer

 

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