giovedì 25 aprile 2013 15:45:00

Pindaro, uno dei maggiori esponenti della lirica corale, vissuto tra il 518 e il 438 avanti Cristo, così descrive il Mungibeddu.  L'Etna nevoso, colonna del cielo, d'acuto gelo perenne nutrice, lo comprime. Sgorgano da segrete caverne, fonti purissime d'orrido fuoco, fiumi nel giorno riversano  corrente di livido fumo, e nella notte rotola con bagliori di sangue, rocce portando alla discesa, profonda del mare, con fragore. 

A Solicchiata, nella vallata nord del vulcano, ha preso dimora Frank Cornelissen che ha dato vita a un’azienda agricola dalla concettualità pindarica, cioè con una filosofia produttiva più vicina al 500 avanti Cristo che al dopo.

Si legge sul suo sito (questo però futuristico). La filosofia di coltivazione è fondata sul principio che l’uomo è incapace di capire la Natura nella sua totalità, la sua complessità e le sue interazioni. Abbiamo scelto di osservare per imparare dai vari passaggi e cambiamenti energetici e cosmici di Madre Natura perché preferiamo seguire le indicazioni che essa ci dà piuttosto che decidere noi cosa fare e non fare.

Come noterete siamo in una fase interpretativa dell’umano intelletto che esonda in più punti dagli argini della convenzionalità, e quando si esonda alcune volte i risultati non sono proficui per coloro che subiscono l’esondazione.

Fortunatamente l’esondazione a cui siamo andati incontro è quella della  degustazione di un vino, non frequente nelle carte dei ristoranti italiani, il Munjebel Bianco 7,  2010. Ha dentro il succo essenzializzato delle uve Grecanico, Coda di Volpe, Catarratto e Carricante, resa per ceppo circa 300 gr. La vendemmia s’è svolta tra metà ottobre e metà novembre, ma non come uve surmature. Vinificazione in giare di terracotta interrate in pietra lavica macinata. Il contatto bucce, vino e fermentazione, oscilla tra i 4 e i sette mesi, segue la torchiatura e poi ancora in giara per 18 mesi.

Crediamo sia superfluo affermare che è un organic.

Nonostante la precauzione nella mescita la limpidezza è immancabilmente inquinata, sericea  e velata, la tinta è classicamente arancio, come il colore della sterlizia.

Il profumo inizia come un incubo minerale, c’è di tutto: dalla cenere, alla polvere di cemento, dall’odore di calce aerea, al sale grosso pestato nel mortaio. Per la mineralità è spettacolare.

Ciò che si perde è il legame fruttato, c’è del vegetale, secco, come paglia, fieno, erbe aromatiche, un tocco di sottobosco arso da un sole infuocato e dall’assenza di pioggia. Solo al coup de nez si riesce a inalare un po’ di frutta essiccata, mela secca e fico bianco.

Il gusto è un altro incubo! L’acidità ha il sapore della frutta macerata a cui è stato aggiunto del sale, tanta e tanta è la salinità scioltasi nel succo spremuto da una frutta un po’ acerba. Crea anche una certa rugosità, un’astringenza tannica che sembra scavare un solco tra le papille gustative, corrodendo di fatto ogni possibile contributo glicerico.

È un vero vino bianco masticabile, roccioso, granitico, capace di creare una specie di innovazione gusto olfattiva: l’agglomerazione acido/minerale con tessitura salino/tannica.

Un incubo sorprendentemente e gradevolmente complicato, però rispetto a quella natura che Cornelissen non riesce a comprendere, la natura di questo vino, pur complesso nelle sue interazioni, trova modo di farsi comprendere nei sui passaggi e nei sui cambiamenti energetici. Sì, perché in fin dei conti, questo Munjebel Bianco 7 2010 ha un’energia magmatica, che ricollegandolo agli scritti di Pindaro, ha fonte purissima d’orrido fuoco da segrete caverne e le correnti di livido fumo accompagnano rocce rotolanti che con fragore si gettano nel mare salato.

In conclusione potrebbe essere il gusto a.C.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)