venerdì 13 febbraio 2015 12:00:00

I brand più potenti del mercato mondiale del vino, i soliti noti, come DRC, e gli altri grand cru di Borgogna e di Bordeaux, sono ormai posizionati sui gradini del pieno expensive (costoso), ce lo dice Liv-ex.

Considerando quei vini come quasi inavvicinabili, di euro e di beva, essi stanno ormai veleggiando verso oceani tumultuosamente borsistici, con fluttuazioni che in qualche anno hanno segnato un agitato allegro per gli stockisti della prima ondata, quelli degli acquisti “en premier”.

Sembra, e poniamo l’accento sul sembra, che le performance degli anni precedenti non si siano ripetute nel 2014, con risultati inferiori al preventivato per Bordeaux e per Alta Valle del Rodano, quando addirittura s’è verificata una flessione.

A questo punto qualcuno si è cominciato a chiedere se stia nascendo una strategia d’acquisto alternativa ai soliti noti, in modo da poter, molto lentamente, creare dei presupposti che disegnino nuovi valori enologici, da quei territori fino a oggi restati in un circuito commerciale più contestualizzato nel prodotto che è acquistato per bere e non per collezionare, o per tentare una speculazione. Secondo Justin Gibbs, direttore di Liv-ex, i sospetti sono fondati: una nuova frangia di acquirenti sta navigando i mercati del vino alla ricerca di quelle denominazioni che potrebbero diventare un’alternativa. C’è però una differenza rispetto ai blasonati, e cioè quelli che s’affacciano come novità nel listino che ascende al top, non sono acquistati per la sola motivazione di collezionarli: se li bevono anche. Il report è stato sviluppato non tenendo conto di quei vini la cui cassa da sei supera il prezzo di 2.200 euro, considerando questi come delle blue chip enologiche.

Sorprende che tra gli emergenti o aspiranti blue chip ci sia al primo posto Beaucastel con lo Châteauneuf du Pape, sorprende perché non è ne cabernet sauvignon, ne pinot noir, mentre non c’è sorpresa sulla qualità: eccezionale!

Ma la migliore performance l’ha fatta il borgognone Henri Boillot, posizionato al secondo posto, ma all’apice in fatto di media commerciale, perché ha il livello di prezzo con il miglior valore. Gli italiani si sono assestati in posizioni di privilegio, in questa ipotetica (o forse no) scalata al gradino di blue chip enologica. Spicca la Toscana, nell’ordine con Sassicaia, Le Macchiole e Ornellaia; è però una Toscana desangiovesizzata, a testimonianza che qualcosa dovrà essere smosso per far assurgere il sangiovese al rango nobiliare che molti vanno auspicando. Gaja invece piazza nella top twenty, come al solito, i suoi nebbiolo, ed è bellamente in testa come prezzo di vendita rispetto ai compatrioti. Chapeau!

Per chi volesse tentare la strada della speculazione senza berselo (il vino), varrebbe di tentare anche con Pegau del Rodano, con Monbousquet, Gruaud La Rose, Léoville-Barton e Gazin del Bordeaux. E comunque restiamo in attesa che si muova il Barolo, il Brunello di Montalcino e qualcos’altro d’autoctonia italica.

AIS Staff Writer

 

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