sabato 17 settembre 2011 19:35:00

Nella recente battaglia, che ha visto ampiamente schierata per il no un vastissimo schieramento di influenti giornalisti, wine writer, opinion leader internazionali, a difesa del Rosso di Montalcino, perché restasse a base Sangiovese 100% senza il ricorso ad altri vitigni internazionali, battaglia che si è conclusa con la votazione del 7 settembre dell’Assemblea dei soci del Consorzio del Brunello, che ha visto imporsi con il 69% contro il 31% chi sosteneva che il Rosso di Montalcino dovesse rimanere com’è, si è distinto, tra i vari produttori, che hanno preso posizione, Stefano Cinelli Colombini, proprietario della storica azienda ilcinese Fattoria dei Barbi.
Ma che fare ora che il rischio di trovarsi di fronte ad un Rosso di Montalcino super tuscanizzato, santantimizzato, cabernetmerlotizzato, è stato sventato grazie alla decisione della stragrande maggioranza dei produttori? Per saperlo, per capire quali siano gli scenari, cosa si debba fare per ricucire la frattura che la votazione e le discussioni nelle settimane che l’hanno preceduta hanno prodotto, per ritrovare unità d’intenti e comunicare meglio la particolarità del Rosso, la sua personalità che lo distingue dal Brunello, ho pensato di dare la parola proprio a Cinelli. Ecco le sue interessanti e meditate argomentazioni.

Posso avere un suo commento sul voto del 7 settembre che ha decretato a larga maggioranza il no dei produttori ad un cambio di identità o quanto meno ad una doppia identità del Rosso di Montalcino?

Il “partito” del taglio ha ottenuto 210 voti, meno di un quarto di quelli disponibili. Se ci basiamo sulle dichiarazione di voto si tratta solo di una trentina di aziende, molto poche su 256 produttori di Brunello (non tutti sono soci del Consorzio). Contro il taglio ci sono più di duecento aziende, e tra di loro ci sono tutte quelle che hanno creato la grandezza del Brunello; al di là dei numeri, c’è tutto un territorio e la sua storia.

Quali tipo di problemi pensa abbia creato e possa creare la spaccatura creatasi all’interno del Consorzio, tra una maggioranza forte di produttori ed un Consiglio che ha invece voluto andare alla votazione, anche a rischio di una divisione, dopo la votazione? Cosa si può e si deve fare per ritrovare concordia e uno spirito unitario?

Due settimane prima della assemblea ho preso l’elenco dei produttori e, insieme a un gruppo di amici, ho calcolato che i sostenitori del taglio avevano 200 voti su 820. E tanti ne hanno avuti. Non siamo veggenti, siamo solo gente che vive un territorio e lo conosce. Anche chi voleva il taglio diceva di avere la maggioranza ma avevano fatto male i conti, come gli accade da anni. Si sono chiesti perché? Al posto loro lo farei. Ricreare l’unità tra i soci non è difficile, e se il Consiglio non sa quali sono le necessità VERE dei soci basta chiedere in giro. Non c’è da vergognarsi, siamo tra colleghi.

Prima della votazione del 7 settembre si è parlato di un Rosso di Montalcino con grossi problemi d’identità e commerciali e di un Rosso che doveva cambiare per andare incontro alle esigenze dei “nuovi mercati” soprattutto asiatici. A suo avviso queste valutazioni corrispondono al vero e quali sono a vostro avviso i veri problemi del Rosso?

Il Rosso di Montalcino ha aumentato del 25% le vendite nel primo semestre, il suo problema era che per un certo periodo si sono trovati sul mercato Brunelli ad un costo così basso che gli hanno fatto concorrenza. Finito quel problema le vendite sono ripartite.  Però è anche vero che ci sono Rossi ottimi e Rossi mediocri, e questo problema và risolto. I Rossi mediocri sono pochi, ma fanno un danno di immagine enorme; quei prodotti devono sparire dal mercato.
Quanto alle fantomatiche “Richieste dei Nuovi Mercati”, io ho una mia teoria; quando si desidera fortemente qualcosa ma non si sa (o non si può) dire perché, ci si attacca a fanfaluche tipo lo vogliono i nuovi mercati, oppure lo vogliono le giovani generazioni o qualcosa di similmente indefinibile.

Crede che il vero problema sia definire un diverso rapporto, anche in termini di numero di bottiglie prodotte, con il “fratello maggiore”, il Brunello?

È venuto qui un professore che ci ha detto che la nostra “piramide” è sbagliata perché produciamo quasi solo vini di fascia alta (leggi Brunello) e troppo pochi vini di fascia media e bassa (Rosso di Montalcino e simili) mentre un territorio equilibrato dovrebbe avere pochi vini costosi, molti medi e moltissimi economici; ho fatto fatica a non sghignazzare.
Lasciamo le piramidi in Egitto, pensare che nel XXI° secolo si debba produrre ogni possibile tipo di vino è archeologico; non mi pare che la Ferrari produca anche utilitarie né che la FIAT abbia grande successo nelle berline ad alto costo, oggi ogni azienda di successo è specializzata in uno specifico segmento di mercato. Montalcino è lo specialista nel sangiovese puro di alta qualità e alto costo; come giustamente mi ha ricordato un chiantigiano non siamo gli unici a produrlo, ma è indiscutibile che siamo noti per questo e che siamo bravi a farlo. Non si può essere bravi in tutto, limitiamoci a fare quello che sappiamo fare bene. Che non è poca cosa.

Nella sua azienda che importanza ha il Rosso rispetto al Brunello in termini di bottiglie prodotte? E qual’è l’identità del Rosso come lo producete?

Per noi il Rosso di Montalcino è circa un quarto rispetto al Brunello, ed è un vino estremamente ricco in bocca, profumato e fruttato. A Montalcino si possono produrre sangiovesi giovani e piacevoli, è una sfida di tecnica di vigna e di cantina ma si può fare.

Se avesse il potere di determinare quale debba essere l’identità del Rosso di Montalcino ora e in futuro quale pensa possa essere?

Solo quella di un Sangiovese giovane, da vendersi e consumarsi entro un anno o due anni dalla vendemmia, o quella di un “Brunellino” o “quasi Brunello”, un vino di personalità, non importante come il Brunello, ma quasi? Non ho mai visto una sottomarca che abbia successo. Un Rosso di Montalcino non può e non deve essere una copia giovane del Brunello, ma non ci dimentichiamo che la vocazione di Montalcino è la produzione della massima qualità; il Rosso di Montalcino può e deve essere uno straordinario sangiovese giovane di Montalcino. Per il Sangiovese a lungo affinamento abbiamo già il Brunello, sarebbe assurdo farsi concorrenza in casa.

Da un punto di vista della comunicazione e della promozione della personalità del Rosso di Montalcino pensa sia stato fatto un lavoro sufficiente? E cosa pensa invece si debba fare ora che è stata ribadita l’identità Rosso di Montalcino = Sangiovese per catturare l’attenzione dei consumatori italiani e internazionali su questo vino?

Dal lato della comunicazione c’è tanto lavoro da fare, ma prima di iniziare dobbiamo avere una visione unitaria di cosa promuovere. Dobbiamo condividere almeno pochi concetti semplici e basilari; viviamo nel XXI° secolo, nel tempo della specializzazione spinta, o siamo specialisti o moriamo. Noi siamo da secoli gli specialisti nel sangiovese di alto costo e di alta qualità, per cui dobbiamo fare quello.
In questo quadro cosa può essere il Rosso di Montalcino? Solo e soltanto il miglior sangiovese giovane al mondo. Scusate se sono ambizioso ma siamo a Montalcino, e se non siamo ambiziosi qui dove si può esserlo? Se ci riusciremo sarà il prodotto stesso a promuove noi, e non noi a promuovere lui.

Cosa replica a chi liquida il Rosso di Montalcino con la semplice definizione di “vino di ricaduta”? Se dovesse convincere un appassionato di vino a dare fiducia al Rosso di Montalcino, a non lasciarlo nell’ombra proiettata dal mito Brunello, cosa gli direbbe? Quali sono a suo avviso le “armi vincenti”, gli atout che rendano appetibile interessante il Rosso?

Il Rosso di Montalcino è nato come vino di ricaduta, e allora? Napoleone è nato come provincialotto corso, e guarda come è finito. Secondo me l’arma vincente del Rosso di Montalcino è proprio la sua storia e il suo territorio, io al “mi devo realizzare, per cui scelgo una strada diversa” non ci mai creduto. Secondo me il messaggio da dare è unitario ed è questo; Montalcino è la terra dove il sangiovese trova la sua massima espressione ed ha generato due figli diversi ma grandiosi, il Brunello ed il Rosso di Montalcino. L’uno è il massimo sangiovese a lungo affinamento, l’altro è il massimo sangiovese giovane. 
Ammetto che sul primo punto siamo molto più avanti che sul secondo, dove c’è ancora tanto da lavorare. Ma si può (e si deve) fare.

Quale altre osservazioni si sente di fare sul tema Rosso di Montalcino?
Montalcino è un colle di sassi dove la terra chiede tanto sudore e da pochi frutti preziosi. Qui si possono piantare anche le pesche, le uve bianche o il merlot, ma che senso ha? Li si può fare anche altrove a costi molto più bassi, e probabilmente con qualità superiore. Qui ha senso fare solo il sangiovese, e secoli di esperienza lo dimostrano. Non sono contro le novità, ben venga la tecnica più moderna, ma ricordiamoci che siamo nani sulle spalle di giganti e che cabernet, frutteti, moscati e simili sono già stati provati e scartati perché non aveva senso farli qui; ci vuole l’umiltà di studiare chi ci ha preceduto, perché c’è ben poco di nuovo sotto il sole.
Non si può venire con l’arroganza del colonizzatore pensando di applicare ricette aliene alla nostra storia, altrimenti si rischia di fare errori miliardari che poi è difficile correggere; se uno si sbaglia e pianta a Montalcino troppe vigne di sangiovese può sempre venderne una parte, e troverà sempre tanti interessati a comprare, ma chi vorrà mai un’azienda montalcinese fatta solo (o quasi) di vitigni internazionali?
Un po’ di sano pragmatismo, che diamine, costa meno reinnestare a sangiovese che far avere successo a una DOC merlottizata come ce ne sono tante! Come si è visto con il flop del S.Antimo. E cerchiamo tutti di aprire gli occhi e di capire che la grandezza di Montalcino non è dovuta a due o tre geni o a due o tre aziende, anche se è vero che abbiamo avuto grandi figure e tutti devono loro rendere onore.
La verità è che il successo mondiale è figlio di un enorme lavoro corale di tantissima gente ed io, che appartengo ad una delle famiglie che ha fatto di più, ho il diritto di dirlo; senza ciascuno di noi il Brunello sarebbe stato grande lo stesso, ma senza il Brunello noi avremmo fatto ben poco. E quanti cori come questo ci sono al mondo? Pochissimi.
Se Casanova di Neri viene premiato come miglior vino del mondo anche io vendo di più, ma se per ipotesi il mio Brunello avesse 50/100 sulla più importante guida del mondo non se ne accorgerebbe nessuno perché ci sarebbero tantissimi Brunelli sopra 90/100; e io venderei comunque di più. I piccoli produttori investono poco o nulla in promozione, ma l’insieme dei loro successi porta almeno altrettanti articoli e evidenza sul mercato delle costosissime campagne di immagine dei grandi, e l’insieme di questi e quelli è un mix formidabile; nil nuovum sub soli, Menenio Agrippa in versione 2011.
È una formula magica che solo un grande scandalo generale può bloccare, perché la forza trainante di così tanti bravi produttori è talmente forte da rendere ininfluenti gli errori dei singoli e ci sono sempre nuove aziende che sostituiscono quelle che non sanno (o non possono) più fare Brunello di alta qualità. Il risultato di un gruppo così grande e forte è dirompente, anche perché è sempre interessante e si rinnova sempre, mentre i grandi solisti passano.
E alla fine vengono anche a noia, diciamocelo francamente. Proprio per questo l’arroganza di chi ha voluto andare al voto fregandosene dei rischi di spaccatura è imperdonabile, perché dimostra che non ha capito che il nostro successo viene dalla forza del gruppo. Noi che ci siamo opposti abbiamo fatto l’impossibile per evitare polemiche dannose per Montalcino e per tenere uniti i produttori (anche chi la pensava in modo diverso), ma quanta leggerezza e quanta presunzione c’è stata nel vertice elettivo e in chi, dal vertice dell’apparato, lo ha mal consigliato!
Tre ultime suggestioni. Prima, alcune grandi ditte hanno sostenuto il taglio nel Brunello e ora, con il balzo in alto dei prezzi e la vendibilità migliorata, sono quelle che stanno guadagnando di più dal nostro successo nel bloccarlo. Se avessero vinto loro è molto, ma molto probabile che le cose non sarebbero andate così bene e loro ci avrebbero perso più di tutti.
Seconda, chi sostiene i tagli nel Brunello e ora nel Rosso dice di essere moderno e pensa di agire contro i talebani dell’antico, ma l’ultima e più moderna tendenza del mercato è chiaramente verso la tipicità spinta ed i vini autenticamente tradizionali; chi è il vecchio, e chi è il nuovo?
Terza, abbiamo costruito un successo mondiale usando il connubio tra vino, storia e territorio, tutti e tre unici. Poi ci siamo persi dietro al puzzo di cavallo sudato, all’aroma di piccoli frutti rossi e alle barrique di marche famose. Non mi pare una grande idea, lo possono fare ovunque e molto meglio di noi. Non è più utile alle vendite tornare alle tante belle storie che ci sono dietro e prima del vino, che ci rendono unici? Interessanti argomenti di riflessione, non è vero?
Intervista a cura di Franco Ziliani

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)