mercoledì 15 marzo 2017 16:30:00

Francis Declerk nel 2004 trasferì in un saggio alcune interessantissime riflessioni sui cambiamenti che avrebbero investito i viticoltori della Champagne, evidenziando una forza strategica di costante visibilità delle grandi Maison, poi trasformatasi in questi ultimi 5 anni nella scelta sempre più frequente di uscire con i millesimati e di rendere funzionali a livello economico le cuvée de prestige, due esempi su tutti: creazione e affermazione del brand Armand de Brignac avvenuta nel 2006, ed esplosione numerica di Dom Pérignon con separazione dalla Moët-Chandon. Declerk affermava che i produttori esterni alle strategie dell’azionariato, tanto per chiarire in versione LVMH, si crearono, era il 1971, una strategia di visibilità con gli Special Club, ovvero Club Trésors de Champagne, in risposta alla nascente intuizione delle Maison di sfondare mediaticamente. È un movimento dai risvolti qualitativi veramente interessanti, che non è però riuscito a far breccia in modo adeguato sulla filosofia dei produttori. Oggi gli affiliati sono 28.

Il loro standard qualitativo se conforme ai Trésors è un’eccellenza, anche se le variabilità tra un produttore e l’altro talvolta creano un po’ di sconcerto. C’è chi esce con un millesimato dall’equilibrio maturo, chi invece accende tutte le vibrazioni di un’acidità scomposta ma sostenibile nel tempo, questo non avvantaggia il consumatore finale che è costretto a conoscere l’indirizzo enologico di chi lo produce. Per chi naviga le liquidità frizzanti della Marne è un simpatico divertimento, per gli altri la sorpresa carbonica può mostrarsi poco digeribile.

Un esempio. Larmandier Père et Fils ha prodotto con la vendemmia 2006 un Grand Cru di Chardonnay  in versione Special Club. Il suo chardonnay ha però già maturato nella sua eccellenza il proprio apice di colore dorato che ancor brilla, di profumo sciropposo, versione papaia e mango, con un fondo di pasticcini alla marmellata di albicocca che lo spingono verso il “vieux champagne”, fino a scivolare in un’onda burrosa dalla cremosità quasi glicerica.  Al palato l’acidità del suo fruttato s’avvolge quasi di patinosità, perdendo quello spunto gessoso che fa dello chardonnay il vitigno con più potenzialità in persistenza gusto olfattiva. È uno Champagne in versione “vorrei ma non posso”.

AIS Staff Writer

 

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