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lunedì 27 novembre 2017 16:00:00

Il Cristo a Campobello di Licata c’è davvero. È un manufatto ligneo d’origine molto artigianale, forse opera di qualche falegname con inclinazione mai avveratasi di diventare un vero scultore. Lì comunque è, circondato da un’inferriata e protetto dall’assolata canicola estiva da due frondosi alberi e due palme. Lo sguardo inchioda un orizzonte ampio, distensivo, che lontano fissa il blu del mediterraneo. Dietro c’è vigna, e dove c’è vigna al Baglio del Cristo di Campobello, in Contrada Favorotta, significa che c’è anche il grillo.

Dell’uva grillo s’è sempre sentito dire, nel trapanese, che dà vini ben alcolici e di facile ossidazione, un toccasana per il Marsala. Il vitigno ha però un buon vigore acido, che non lo nega a un’evoluzione qualitativa, ma la nomea che si trascina dietro dal marsalese non è delle migliori: eleganza e finezza manco a regalargliela.

Eppure il professor Scienza lo esaltò in tempi non sospetti e i dati d’oggi tornano a suo beneficio, soprattutto dopo aver degustato le ultime sette annate del Lalúci Grillo dell’azienda Baglio del Cristo di Campobello: dal 2009 al 2016.

L’annata 2009 fu calda, ciò determinò una vendemmia leggermente precoce, le viti non soffrirono l’arsura e quel buono climatico che s’intuì all’epoca è ora tutto nel vino. Esplosivo in odore: mimosa, camomilla, nespola, panna/miele/burro. Ha acidità ancor birbante e un minimalista sapor salino che lascia una scia gialla, di cedro, nel finale di bocca. Dimenticavamo il colore: oro luccicante.

L’annata 2010 fu fresca a Campobello, ciò consentì di trattenere i profumi e trattenere ottimi spunti di freschezza. Il vino ha colore dorato chiaro, odorosamente agrumato, di fresca buccia di limone,  tratteggiato da essenze di arbusti mediterranei e polvere di sale, sottilissimo al gusto, sapido da stupire e finale scioccante per florealità.

L’annata 2011 ha il volto dipinto di giallo dorato. I profumi soffrono di timidezza, dietro alla confettura d’ananas si nasconde un pugno di erbe per tisana e caramella inglese. Liquidità ridondante d’effetti tattili, setosità e calore equilibrano la parte minerale e un’acidità pizzicante. Roboante il finale di lemon jelly, anice stellato e liquirizia.

Il 2012 fu caldo davvero e piovve poco. Il grillo destinato al Lalúci fu raccolto dopo lo chardonnay e prima dell’insolia.  Oro splendente al colore, tutto un fiore il profumo: ginestra, ligustro e mimosa; poi mandorla dolce, pesca gialla e mela cotogna. Il volume liquido sviluppa una massa glicerica che crea un’avvolgente opulenza, ma l’acidità incalza nell’allungo finale, così da farlo persistere secondi dopo secondi.

L’annata 2013 favorì una maturazione dell’uva in modo lento e graduato favorendo la definizione di una tinta leggermente meno impressiva nel dorato, però il profumo ha un erbaceo aromatico (d’erbe) con verticalità balsamica e di foglie di Tendu, poi pesca e fico bianco. Vivacissimo in acidità, marca un sapor bergamotto e sale marino.

Il Lalúci 2014 si specchia in un colore sfavillante, tutto oro.  Dolcissimo è il ricordo della fienagione estiva, dell’agrume scaldato dal sole, della polvere del vigneto sollevato da una brezza odorosa di salgemma. La sapidità s’accende e attizza le papille, l’incremento freschezza è esaltante, il volume della struttura del vino s’amplifica ed esonda in un finale armonioso.

Il grillo Lalúci 2015 è figlio d’una vendemmia ad andamento lento. Il vetro si colora di un intenso giallo paglierino; il profumo s’essenzializza nella fragranza vegetale, con effetto mentolato/agrumato. Che sia citronella? Che sia verbena? Di certo c’è ampiezza in complessità perché s’accompagna a una freschissima frutta: susina bianca,  pera cotogna e mela verde, un po’ di acacia e iris bianco. Il sorso impressiona per la freschezza, equilibratamente nervosa e ironicamente citrica, però ha sapidità, quella della terra di Campobello. Ottima la coesione frutto-erbette-fiori del lungo finale di bocca.

Lalúci 2016 crebbe in vigna con clima mite, non ci furono piogge in estate, ma le escursione termiche furono quasi estreme (e questo accade spesso a Campobello di Licata). Il vino brilla di paglierino mentre sinuosamente scivola nella coppa. Spicca un’intensità erbacea, tra eucalipto, melissa, menta piperita, il tono del pompelmo è freddo, come granita, poi tanta macchia mediterranea e succosa frutta a pasta bianca: pesca e susina. Al palato esprime una grinta fresca e minerale, sintomo di giovanile mediterraneità ed esuberante volontà di resistere al tempo del vetro.

L’esperienza di questa degustazione porta a confutare certi passati luoghi comuni sul vitigno grillo, intanto è pure fine ed elegante, poi tiene benissimo il tempo e la sua presunta voglia di essere alcolico qui non s’è espressa. Dicono che il grillo abbia un futuro assicurato, noi ci crediamo.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)