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venerdì 2 dicembre 2016 16:30:00

Tracce di sangiovese a Seggiano. L’occhio fugge in un orizzonte dominato dal Monte Amiata, al di là c’è il mare immaginato e immaginario, che estende però la sua brezza, calda e salina, nel bel mezzo del mattino, poi tutto si rinfresca per l’aria fredda e boschiva che cala dal monte.

Il borgo è sul cucuzzolo e tutt’intorno lo sguardo fatica a un po’ a trovare tracce di vigna, ben più visibili sono gli olivi della locale cultivar olivastra di Seggiano (olio straordinario), nonché boschi, campi da arare e pascoli inerbiti.

Per lunghi anni è stato un luogo viticolturalmente isolato, in pace con se stesso, lontano dai chiacchiericci che il sangiovese generava nei primi anni Ottanta; infatti, parlando di sangiovese e di DOC, qui l’imprint legislativo arrivò nel 1998, la DOCG nel 2011. Dimenticavamo un dettaglio non da poco, non si parla di Seggiano in quanto vino, ma di Montecucco DOCG.

L’idea che questi suoli potessero essere considerabili “vergini” hanno attirato nuova linfa di vignaioli e i risultati, pur nei piccoli numeri – rispetto a tutto quell’altro sangiovese – hanno colpito alcuni spicchi di appassionati e sperimentatori professionisti.

Non ci sono storie di vino e di vigne da mitizzare, ma uno stimolante approccio al vino da raccontare.

Poggiomandorlo è a Seggiano, e dire vino a Seggiano non è così attirante come dirlo a Torrenieri, però questo sangiovese dentro il Montecucco Sangiovese DOCG La Querce, vendemmia 2011,  della Società Agricola Poggiomandorlo merita il racconto.

I gradi sono 14,5, e questo fa arricciare le sopracciglia: un'altra bomba alcolica? Niente di tutto di ciò, meno male. Ha colore molto vivido, fusione di rubino e granato con orlo ancora violaceo. Ottima la sua intensa “fruttosità”, piena dell’essere ciliegia di Vignola, mora e dolce prugna. Splendido nel floreale, iris e viola. Furbescamente speziato di pepe e chiodo di garofano, e ancor di più ritoccato nel tostato. È un profumo che miscela territorialità, integrità di cultivar e condimento internazionale. La miscela? Sangiovese 90%, merlot 10%.  Ha fatto acciaio mentre bolliva, è stato quotidianamente follato e non si è nemmeno fatto mancare un soggiorno in un hotel chiamato barrique per 12 mesi. Il tannino del sangiovese, qui già meno austero del vicino brunello, suscita un’impressione vellutata che non ne scompone la fittezza e nemmeno il vigore in struttura, però l’effetto levigante ne dimensiona un’eleganza  voluminosa e un finale in continuità fruttata di rara fattezza. Un’inaspettata sorpresa!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)