lunedì 21 ottobre 2013 12:15:00

Nuovo Mondo – Vecchio Mondo

Si deve ad Amerigo Vespucci, cartografo e navigatore fiorentino, la distinzione geografica tra nuovo e vecchio mondo, allontanando definitivamente il continente americano dall’India, come aveva creduto Cristoforo Colombo.

Nuovo Mondo e Vecchio Mondo hanno convissuto con un’oscillazione di equilibrismi molto particolari, sempre nel tentativo di smarcarsi e distinguersi quasi come una civiltà alternativa: più fresca, meno ingessata e poco aristocraticizzata quelle nuova, convenzionale, storiografica e nobiliare quella vecchia.

Così è accaduto anche nel vino: terroirist vs antiterroirist, scrissero i primi wine writers d’oltre oceano.

Il vino europeo (vecchio mondo) fu rappresentato con un gusto saporito, di medio corpo, che guardava al terroir per costruire una tipicità; il nuovo mondo puntò molto sull’espressione della concentrazione fruttata (frutta matura e anche sciroppata), sulla potenza del gusto e sulla struttura che s’avvicinava al robusto.

Ciò era la conseguenza delle vigne piantate in territori dal clima caldo, anche semi arido, e di un vino elaborato con un occhio di riguardo più al vitigno (come singolarità della propria potenza), più che alla ricerca di un equilibrato assenso tra tradizione e savoir fair.

Questo condusse i vini del nuovo mondo a standardizzarsi, a diventare indistinti e non distinguibili territorialmente, focalizzando sforzi e attenzione sulla piena estrazione della potenzialità della personalità delle uve.

In questi ultimi anni la distanza stilistica tra Vecchio e Nuovo si sta accorciando e l’avvicinamento tra i mondi si sta compiendo.

Ciò è dovuto allo spostamento dei vigneti verso le zone con clima più fresco, dove si può anche combinare un’escursione termica più marcata tra giorno e notte, cosa che nel vecchio mondo non è mai stata abbandonata, anzi incrementata.

I nuovi vini vogliono essere intarsiati da elementi gusto olfattivi che siano prodotti da lunghe e lenti maturazioni dell’acino, in modo che i profumi non escano con l’impetuosità del crollo di una diga, ma si allarghino a ventaglio, offrendosi in maniera sottile e rinfrescante. Non più muscolosità e vigorosità in alcool e tannini, ma più leggerezza (che non significa afflosciamento del gusto), freschezza e alcool più controllato, il finale non deve scolpire una persistenza morbida e calorica, ma rinfrescante e saporita.

Questo nuovo indirizzo enologico del nuovo mondo è destinato a cambiare la fisionomia organolettica dei vini; l’opulenza a cui ci siamo inchinati, a cui abbiamo concesso sopra valutazioni perché il “sip” era accattivante, ammaliante, intrigante, sostanzioso, succosamente fruttato, avvolgente, voluttuoso e seducente per calore e tannino, quell’opulenza sta lasciando il posto alla lunghezza delle sensazioni gusto olfattive.

Qualcuno ha azzardato che non saranno più vini da concorsi e da medaglie, ma vini da tovaglie, da tavola imbandita con cibi.

L’inversione a “U” si è già compiuta e il fatto di dover ritornare a consumare un vino che trovi nel mariage con il cibo un motivo di beva ancora più consapevole si dà già per acquisito.

La situation comedy che vedeva rappresentato il broker di Wall Street e l’avvocato  del Civic Center che si versano due abbondanti bicchieri di Cabernet Sauvignon a 15,5 gradi alcolici e li bevevano elegantemente, mentre si preparavano una pietanza nel forno a micro onde, non crea più appeal.

È molto più fashion sorseggiare del vino comodamente seduti al tavolo del ristorante combinandolo con del cibo, discutendo del più e del meno e includendo in ciò anche il vino.

Ci sono voluti oltre dieci anni per allontanarsi dagli imput dei wine writers statunitensi e questo nuovo nel nuovo sta investendo il consumo degli americani, mentre tutto quell’oriente in procinto di avvinarsi ancora gradisce lo stile del vino di dieci anni fa.

Alcuni wine makers e produttori del nuovo mondo sono propensi a pensare che non resisterà molto la divisione stilistica dei vini così come era stata concepita a partire dal 1990, la nuova frontiera del confronto diventerà climatica: vino da clima freddo vs vino da clima caldo.

Diventerà più un confronto tra le essenzialità del vino, che di demarcazione di vinificazione, in ogni nazione convivranno eccellenze da clima freddo e da clima caldo, così come accade in Francia tra Chablis e Chateauneuf du Pape, oppure come accade in Italia analizzando Etna  e Collio Goriziano.

La vigna ha innescato un rapporto da scalatore per giungere ad altitudini fino a ieri imprevedibili, soprattutto in Argentina; mentre il Cile si avvicina alle freddi correnti del Pacifico, in California sta esplorando una nuova Sonoma e  l’Australia si getta in Tasmania.

L’Italia e la Francia hanno già questa demarcazione, ed è così connaturata nella filosofia produttiva che nemmeno i periodi di devastante potere del gusto del nuovo mondo sono riusciti a fargli cambiare idea. Sta al nuovo mondo mostrare di saperci fare, e noi siamo ben felici di attenderlo sulla linea del traguardo.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)