venerdì 22 luglio 2016 12:00:00

L’INAO, Institut National des Appellations d’Origine – siamo in Francia – ha intrapreso la strada per verificare la possibilità di regolamentare (forse la parola usata è un po’ grossa) le produzioni che derivano da coltivazioni in biologico e in biodinamico. Già l’uso del verbo regolamentare ha creato non pochi attriti dibattimentali, che investono non solo aspetti agronomici ma anche linguistico-filosofici.

Espresso così, il termine regolamentare significherebbe che fino a oggi tutto si è svolto al di fuori delle regole, e sappiamo che così non lo è. Quindi stanno cercando di comprendere e identificare come poter rappresentare questa nuova dimensione agronomica (e non solo per il vino) nell’ambito della AOC/AOP. Già si intravede che la questione non sarà facile da sbrogliare, non in termini di applicazioni agronomiche ed enologiche, bensì nella parola e/o nella frase che dovrebbe segnalare al consumatore quale tipo di filiera è stata seguita dal vino. Tutti siamo a conoscenza che l’uomo, da sempre, ha nella sua indole lavorativa di fare di necessità virtù, includendo in ciò una sfera molto più ampia e variegata del semplice attenersi alle regole (peraltro interpretabili al pari delle leggi), ma soprattutto è nel settore non regolamentato che le distanze si ampliano. Questo sembra possa essere il caso della sistematicità che regolamenta le produzioni viticole non convenzionali. “Non convenzionale”, “convenzionale”, ecco un altro momento di dibattito, più di dialettica che di sostanza agronomico/enologica, perché ciò che adesso nel vino è convenzionale è rispettosissimo dei regolamenti, e convenzionale ha come sinonimi tradizionale, usuale, classico.  È semmai il non convenzionale che sembra marginalizzare sinonimie meno chiare.

La spinta d’indole ortodossa di alcune frange di vignaioli sull’uso di “naturale” è stata cassata perché avrebbe procurato una rivoluzione (e poi ne è interdetto l’uso), infatti non è pensabile che tutti gli altri si sarebbero trovati nello status di “innaturali”. C’è della spinosità in questo inizio dibattimentale, anche perché dentro vi si insinua un aspetto che non è semplicemente di filiera agro-enologica, c’è quello che investe il mercato, quel segmento attento a queste nuove purezze che comunque crea prospettive di profitto per il solo fatto di essere tale, come un medagliato. Anche in questo dibattito ci sono due aspetti non di poco conto che passano in secondo piano: il primo è quello della disattenzione verso qualità e gradevolezza del prodotto, o forse si stanno creando nuove graduazioni di entrambi? Il secondo è che il pericolo sociale, per il momento, è più l’elemento alcol, senza distinzione di come sia stato ottenuto.

Non vorremmo si arrivasse tra qualche anno a consapevolizzare tutto quello che c’è dentro il vino prima di berne/degustarne un goccetto. Speriamo che quella gioia rimanga e non si debba arrivare all’assurdo, e cioè che anziché la controetichetta ci siano le controindicazioni come nei farmaci.

AIS Staff Writer

 

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