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martedì 30 ottobre 2012 12:00:00

Frontenac, Frontenac Gris, Valiant, Maréchal Foch. Forse per molti di noi Italian wine taster questi nomi non rappresentano alcunché,  visti semmai come sconosciuti attori di una viticoltura lontana dalle nostre collinari esposizioni, fiere foriere di uno pseudo francesismo antecedente l’indipendenza del Nord America.
L’uva Frontenac deve la sua esistenza all’uva Landot 4.511; quest’ultima deve la vita a un incrocio tra 244 Landot e 12.375 Seyve-Villard. Il capofila di questa filiera è invece il Landot Noir, (Pierre Landot 1900-1942), che a sua volta è un incrocio delle migliori varietà di Seibel, Seyve-Villard, Chambeaudière, Baco e altre diverse piante, come Aligoté, Pinot Gris, Gamay, Chasselas e Moscato di Amburgo: per cui chi più ne ha, più ne metta.
Per semplificare il Frontenac è un ibrido Franco-Americano prodotto dall’Università del Minnesota nato nel 1996 da un incrocio di Landot 4.511 e una selezione di Vitis Riparia. Il Frontenac Gris è nato nel 2003 da una mutazione di Frontenac.
Il Maréchal Foch è invece un vitigno a bacca scura, sempre un incrocio tra vitis vinifera-riparia-rupestris e Golden Riesling e prende il nome del comandante in capo degli eserciti alleati nella guerra 1915-1918.
Valiant è invece un incrocio tra Fredonia e una Vitis Riparia chiamata Wild Montana, ed è stata ottenuta nell’Università del Sud Dakota. Di quest’usa si dice che resista fino a una temperatura di –52°C.
Insomma sono vitigni destinati a essere coltivati ai confini della pericolosità vegetativa, in situazioni climatiche impensabili alcuni anni fa.
Alcuni dei vigneti dell’impossibile divenuti possibili sono cresciuti nel Nord Ovest degli USA, in Stati come Utah, Wyoming per saltare fino all’Alaska.
Un po’ di tempo fa alcuni Stati facevano a gara per chi ne contava meno. Il vincitore è risultato il Wyoming con 4 aziende, seguito da Utah con 6, entrambi hanno scavalcato l’Alaska che ne conta 7.
Soprattutto il Wyoming e lo Utah pensano che il potenziale vinicolo dei loro territori non possa far altro che progredire anche qualitativamente. Il più ottimista è il Wyoming (lo Stato del Parco di Yellowstone, quello dell’orso Yoghi e di Bubu), il quale adesso si fregia del soprannome “The Cowboy State” e che potrebbe sperare in un futuribile wine-boy State.
L’Università del Wyoming si sta dando da fare nella ricerca per determinare quelle piante capaci di resistere alle basse temperature, sta studiando i germoplasma con l’intento di individuare il miglior rapporto tra produttività e qualità.
C’è un fermento irrefrenabile per questa nuova occasione di agricoltura che va oltre il fieno, il frumento, le barbabietole e i fagioli da seccare; l’uva è il vino sono visti come una cosa “viva”, che interagisce di più con l’intelletto, un’agricoltura che fa meditare.
E poi intravedono nelle loro speciali condizioni climatiche, da clima arido, talvolta che sfiora il desertico, una facile sistemazione nella coltivazione biodinamica (organic).
La sperimentazione è in pieno sviluppo, sono in fase di studio 49 varietà, però l’attenzione maggiore non è riservata all’apparato radicale, ma alle marze, che dovranno superare l’esame di un clima semi glaciale, perché le gelate possono avventurarsi con molta frequenza fino alla fine di maggio.
I vitigni adesso raccomandati sono Frontenac, Frontenac Gris, Valiant, Maréchal Foch. Poi c’è però il rischio di imbattersi negli eccessi dell’enologia del nuovo mondo, che con il Frontenac agisce in modo piuttosto estremo.
Poiché l’acidità del Frontenac è inizialmente alta, potrebbe essere necessario ridurla per accedere alla definizione di alcuni stili di vino; anche gli zuccheri nell’uva sono ben concentrati. Così si giunge a diluire con acqua il prodotto, si aggiunge bicarbonato di potassio e perfino un quasi congelamento per rimuovere l’eccesso di acido tartarico; e più di ogni altra cosa è obbligatoria la fermentazione malolattica, che frequentemente aggiusta il tutto. Dopo alcuni aggiustamenti il vino Frontenac può presentarsi in grande spolvero, con il suo imponente medaglione odoroso di ciliegia appeso al petto e qualche altra piccola medaglietta aromatica di mirtillo ed erba fresca, fagiolini verdi, cioccolato e goudron. Al gusto esprime un sapore dall’equilibrio anche acidulo e non dà il meglio di sé nella profondità della propria personalità, ma nel fatto che ha una personalità.
È chiaro che è un mondo enologico che si sta costruendo, come in tutti gli altri Stati del Nord Ovest e del Mid-West; però potrebbero essere in grado di bruciare velocemente le tappe, anche perché non hanno tradizioni, usi e costumi da rispettare, ma solo qualcosa davanti da modellare come vorranno.
Tanto per fare un esempio, sembra che il territorio possa favorire la produzione di ice-wine e fare concorrenza al vicino Canada. Questo diventa già uno stimolo eccitante e allo stesso modo desta curiosità l’inserimento di nuovi ibridi.
L’aspetto che più stupisce di questa nuova viticoltura è l’assenza dell’intenzione di misurarsi con l’uva Cabernet Sauvignon, Chardonnay e affini, e questo suscita interesse in quei curiosi cultori del nuovo e delle novità (che potrebbero però non significare eccellenza) che sono i sommelier.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)