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lunedì 29 aprile 2013 14:30:00

Uno studio pubblicato da Millesimé Bio a gennaio 2013 evidenzia una velocizzazione dell’evoluzione della coltivazione bio anche nel mondo viticolo. Lo sappiamo che questo non è uno scoop, però questo movimento che con non si ferma dà adito a un po’ di  riflessioni.

Partiamo da alcuni dati. Il primo paese viticolo bio al mondo è la Spagna (10% dei vigneti sono bio), il secondo è la Francia (8,5% di vigne bio) , al terzo posto c’è l’Italia (7,5% di vigneti bio). Invece per quanto riguarda il mercato bio, troviamo al primo posto la Francia, poi la Germania e a seguire l’Inghilterra. La Francia ha conteggiato che il 35% dei vini esportati sono classificabili come “bio”. L’Italia ha invece venduto il 65% della sua produzione bio all’estero.

I numeri cominciano quindi a essere molto interessanti, ma oltre che all’aspetto del volume di affari, è significativo il mutato atteggiamento dei consumatori verso questo tipo di prodotto.

Il numero dei ristoratori che propongono nelle loro carte dei vini bio è un forte progresso e già si cercano di inserire anche referenze extra regionali; una piccola parte di ristoratori pensano che parlare bio rappresenti una buona immagine per il locale.

Ma lo studio si è allargato anche al consumatore finale e non è stato ristretto al solo vino. Per esempio 4 persone su 10 acquistano almeno una volta al mese un prodotto bio e già 8 su 10 conoscono il valore del biologico. Per quanto riguarda i consumatori di vino, sia professional che no, 8 su 10 hanno sentito parlare di vino bio, però solo 4 su 10 ne conoscono il significato.  È quindi pensabile che ci sia anche un deciso effetto moda, più che una consapevolizzazione dell’azione di una scelta bio.

Però un dato è certo: dal 2005 le vendite di vino prodotto con uve bio è cresciuto del 90%.

L’Agenzia Bio ha pubblicato anche un’indagine molto curiosa che investe il perché del mancato acquisto di un vino bio. Questi i risultati.

Quasi il 50% non lo acquista perché non ci riflette e/o non ha l’abitudine ad acquistarlo, anche perché, una buona parte di questo 50% trovano i prezzi dei vini bio (secondo l’indagine) troppo alti.

Ci sono anche il 25% dei consumatori che non trovano i vini bio migliori di quelli che non lo sono, e altri non li acquistano (24%) perché non ci sono sufficienti informazioni sul prodotto.

Infine c’è chi non li acquista perché di non semplice reperibilità e un 10% non dà assolutamente importanza a questo aspetto.  [*% non corrisponde a cento perché l’indagine si sviluppa su risposte multiple].

Se da una parte i dati statistici e d’indagine sono comunque delle fredde risultanze con variabili collegate al numero degli intervistati, un dato oggettivo sembra ormai certo, e cioè che il vino bio può diventare un’opportunità in nazioni come la Cina, la Russia e il Brasile, mentre  potrebbe consentire di rinforzare la penetrazione nei mercati dell’Europa del Nord (Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca) e infine consolidare mercati come il Giappone e gli USA (basta pensare all’uso che ne fanno della parola “organic”).

Per sviluppare il tutto è però necessario (così afferma l’Agence Bio) di comunicare al meglio l’aspetto qualitativo, perché le argomentazioni collegate alla tutela ambientale stanno diventando un punto sensibile in moltissime nazioni e sono disgiunte dai discorsi qualitativi.

Se allarghiamo il ragionamento all’aspetto qualitativo di questi vini, si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto, l’importante sarebbe però tener presente che un vino bio può presentarsi, al pari dei vini non bio, eccellente o tragicamente scadente. Reputiamo che questa angolazione del discorso debba essere oggetto di un’analisi scollegata alla sensibilità verso l’ambiente che ci circonda, per evitare di essere circondati da un’ambientazione bio, cioè da un maquillage, da un rimbellimento, piuttosto che da una reale sostanziosità qualitativa.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)