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lunedì 12 giugno 2017 16:30:00

Il 23 giugno 2016 lo spoglio del voto dei cittadini dell’Union Jack si concluse con la vittoria dei fautori della Brexit. Da quel giorno, tra euforie e sconcerti, tra pseudo-drammi, impatti sociologici e analytic process se ne sono sentite di cotte e di crude un po’ su tutto, come se in un sol colpo l’isola oltre la Manica fosse diventata il nuovo caro nemico.

A distanza di un anno sembra che certe proiezioni sul futuro stiano però diventando più visibili, e si sia in grado di evidenziare alcuni scenari del business che a noi sta più a cuore, quello del vino.

Nel 2016 nel Regno Unito s’è verificato un calo dell’1% in quantità e del 10%  in valore economico; i più scottati dalla Brexit affermano sia la conseguenza di quella scelta. Non si può negare che l’esito di quel voto abbia agito sul decremento, ma da lì a farlo passare come il solo responsabile ce ne passa, rumors in materia avevano fatto capolino anche nel 2015. Se analizziamo il dato dell’Italia, il nostro mercato nell’UK è stato in crescita, ciò non significa che abbiamo conquistato l’alloro e adesso ci facciamo una pennichella. L’allarme infatti è già suonato e ce lo ricorda money.cnn.com.

L’indagine è stata condotta dal Trade Policy Observatory e la previsione è al limite del catastrofico, -28% di vino da qui al 2025, con i prezzi che incrementeranno del 22% prima della metà della prossima decade.

Ciò ridurrà drasticamente la domanda, in più un aiuto in negativo sarà dato anche dalla lenta ripresa economica e dalla debolezza della sterlina. Il quadro non è colorato di rosa perché vorrebbe dire una perdita di vendite di 1,8 miliardi di sterline all’anno fino al 2025.

Ciò che sembra più pericoloso è la probabile tendenza della sterlina a non risalire, dalla Brexit ha una quotazione -14%, e soprattutto la problematicità di dover stipulare nuovi accordi più o meno preferenziali con tutte quelle nazioni che già avevano un accordo con l’Europa e con gli europei stessi: per la cronaca sono oltre 50 le nazioni che hanno siglato tali accordi.

La rinegoziazione delle tariffe non passerà solo dall’Europa del vino, ma toccherà anche nazioni di altri continenti.

Attenzione che questo iter non positivo non è una mera questione di attriti presunti o presunti tali tra gli ex, la rinegoziazione, la stipula e la firma di nuovi accordi commerciali necessita di tempo. Nel migliore dei casi, se non ci saranno intoppi e se i governi saranno stabili ci vorranno minimo 10 anni per giungere alla conclusione, conoscendo però i meccanismi della politica solo un illuso ottimista potrà credere a una soluzione veloce della questione, che farebbe del bene a tutti e non solo al vino. L’alternativa? Wine exit!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)