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mercoledì 27 gennaio 2016 10:30:00

Nel 1976 fu fondata la Apple, nacque il quotidiano La Repubblica, Felice Gimondi trionfò al Giro d’Italia, gli Eagles cantarono Hotel California e Lucio Dalla  pubblicò la raccolta 4 marzo e altre storie.

Nella Valle della Marne la vendemmia fu precocissima, fu autorizzata la raccolta l’1 settembre, solo nel 1893 fu autorizzata prima, il 24 agosto. Nelle vigne a disposizione della Maison Ruinart raccolsero un’uva integra e d’ottima maturazione, era lo chardonnay, decisero quindi di uscire con il millesimo e quel succo straordinario per acidità, zucchero e sostanze minerali confluì nel Dom Ruinart Blanc de Blancs 1976.

Ecco, quello Champagne ce lo siamo trovati sulla tavola del Lord Nelson Pub di Chiavari, servito a puntino, in bicchieri dall’alveo vino leggermente svasato per dare aria al redivivo liquido di Reims. 1976-2016: quarant’anni di eno-esistenza. Fragilissima colorazione oro (non antico) ma un po’ aggredito all’aggressione ossidativa, che comunque rintuzza con colpi di fioretto all’olfatto. C’è tutto il meglio dell’essere espressione terziario, è in quell’età dell’ampiezza che arrotola profumi di pasticceria (biscotti burro e miele), note tostate, frutta candita, pan di zenzero e pan di spezie, un waferino Babbi alla nocciola, waffle e sciroppo d’acero, poi salinità e litchi. C’è del frizzante delicatamente birichino, che solletica un residuale micro effetto di freschezza ed energizza il respiro del gusto sapido. C’è anche una parte di voluminosità morbida, il finale di bocca scivola con resistenza impressionante, come  a non voler cedere alla naturalità del finire, sbocciano su questi sentieri di memoria delle dolcezze aromatiche tra picolit e moscadello con chiusura di tabacco dolce.

È quell’esempio da sempre atteso di “vieux Champagne”, quello che nella Marne chiamano “più vino che mousse”: però che vino… e che mousse questo 1976. Sono quei vini che lasciano un segno, che firmano il passaggio nella memoria del degustatore. Sfugge veloce all’olfatto, scivola sinuoso e lungo al gusto, quando poi si congiunge alla memoria sensoriale, la supera di slancio e va a depositarsi in quella a lungo termine (MLT), creando una nuova autolisi nell’ipotalamo. In questo modo quegli straordinari ricordi organolettici si conserveranno umanamente imperituri.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)