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giovedì 26 gennaio 2017 15:30:00

L’anno 1996 fu un anno climaticamente molto contrastato in Champagne, tanto che l’estate non riuscì a imporsi a pieno. Certi momenti furono consegnati ai posteri come tra i più umidi  del territorio, i vigneti non riuscivano ad asciugarsi e i rischi di attacchi fungini resistettero a lungo. Agli inizi di agosto qualcuno già si preparava a  contare i danni, tanto che anche a Ferragosto non s’ebbe voglia di festeggiare.

Poi dal 16 agosto cambiò tutto. Le giornate cominciarono a riscaldarsi e il clima si fece via via sorprendentemente caldo e i venti da nord est scivolarono nelle vigne, soffiando sulla carica di una maturazione straordinaria: un vera concatenazione di circostanze magiche.

Quell’anno gli enologi della Dom Pérignon s’erano preparati al peggio, invece d’improvviso si trovarono tra le mani grappoli di pinot noir e di chardonnay d’una purezza stupefacente.

All’epoca Grandes Marques & Maisons de Champagne parlò di “una serenità ritrovata”, e si comprende anche il perché, visto che il 19 giugno ci fu un repentino abbassamento della temperatura rispetto ai 26 °C d’aprile e la grandine si fece viva in vari settori. Poi tutto si calmò.

Alla fine tutto si trasformò nel meglio; gradi alcolici potenziali 10,1-10,6 e acidità 9,9-10,1 grammi, per cui non fredda come il 1978, ma molto lontana dal calore delle ultime vendemmie. Qualcuno s’avventurò a paragonarla al 1928.

Per testare il significato temporale di quella vendemmia abbiamo degustato uno Champagne che fa numeri, il Dom Pérignon.

Bene, ha il colore della fusione cromatica paglierino-oro giallo, con finissimo cordone e media energia in uscita della mousse. Se gli Dei creano gli odori e gli uomini fabbricano i profumi, questo Dom Pérignon ne è la prova vivente: qui c’è il tutto Champagne. C’è prima di tutto “il tutto”, c’è quell’incomprensibile intensità carica di molto significato che si trasforma in leggerezza, i gesti soavi del pasticciere che monta la panna, che miscela la crema con lo zabaione, che spolvera di vaniglia una tarte tatin, che scrive “Auguri” con un filo di miele, che accompagna il vassoio dei pasticcini con un bouquet di fiori dolcissimi. C’è l’aroma di essenze d’oriente vaporizzate e il profumo inquietante dei capelli sciolti. È una notte illuminata da candele odorose. È ciò che diceva Coco Chanel: “Voglio un profumo da donna all’odore di donna”.

Poi la bocca. La liquidità di questo Dom Pérignon è ondulante, è la perfezione silenziosa d’un linguaggio poetico, è emozione liquida. Non c’è bisogno di degustare la perfezione per descriverla, oppure la perfezione non si degusta ma se ne incorpora lo spirito? Non ce la facciamo a rispondere a questa domanda, l’unica cosa a cui teniamo è continuare a “domperignare”.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)