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mercoledì 13 gennaio 2016 15:00:00

Letto non equivale a raccontato. La degustazione descritta da altri e postata sul web non dà lo stesso risultato di quella fatta con lo stesso vino e con l’interlocutore di fronte. Il vino non è una materia di studio come il codice civile, non è possibile segmentarlo in comma e sotto comma, e la letteratura in merito non fa sentenza e meno lo si interpreta più ci si prende. Premesso ciò, cerchiamo adesso di analizzare cosa potranno o vorranno bere i millennials (1985-2000) e come fare a istruirli al vino, vista la loro predisposizione a succhiare dal web molte di quelle notizie e informazioni che, alla fine, hanno plasmato parte della loro personalità. Come avvicinare al vino i millennials sta diventando un tormentone, allo stesso modo ci si sta interrogando se il loro gusto divergerà da quello oggi imperante e che si rifà a una fascia d’età dominata – nel consumo – dagli over cinquanta, i quali – dati alla mano – hanno un valore di mercato del 50%.

Questi cinquantenni molto probabilmente non hanno assaporato i gusti degli odierni soft-drink, più o meno arricchiti di esotici flavor e/o pseudo energizzanti, quindi la loro palatabilità è stata certamente meno contaminata dell’odierno beverage. Anche il loro gusto non è riconducibile all’era dei millennials, in quegli anni l’acronimo OGM era scambiato per un camion della FIAT e resistevano ancora isole di naturalità e d’autenticità gastronomica.

Ciò detto, la presa di carico di una diversità, peraltro molto naturale, tra il nuovo (forse) e il vecchio (certo) accostamento al vino attizza molti marketing team, e i nuovi del settore dovranno obbligatoriamente affidarsi all’affascinante neuro marketing del vino.

Da parte nostra c’è un interesse enologico intuitivo che ci induce a pensare che l’approccio al vino passa ancora una volta da un bianco che non abbia spigolosità, magari anche abbozzato nel dolce, però con molta semplice immediatezza fruttata, un vino facile da ricordare e da riconoscere, perché ciò allontanerà dalle incertezze di scelta. Nel rosso il marketing vede rosso chiaro, gioca le carte del blend con evidenziazione del brand a colori, quasi un’aggettivazione social; per lo sparkling non sembrano avvicinarsi criticità, semmai arriverà il rosato e il rosso nei delicati toni organolettici da charmat o autarchicamente ancestrale.

I millennials non sembrano propensi a mantenersi attaccati all’appeal di un gusto per più di tre anni, i cambiamenti saranno più repentini e la long life che ha avuto il pinot grigio sarà difficilmente ripetibile.

Ebbene tutti stanno studiando il vendibile, ma ci sarà anche da studiare l’educabile, il formativo, perché non saranno certo le sibilline descrizione postate su Twitter, WhatsApp e sui cowebbisti di turno a far apprendere la discriminante tra l’eno-fuffa e l’eno-autentico, e anche i gruppi social autoincensati potrebbero non garantire una limpidezza di interpretazione. Ci sarà da prepararsi a nuove frontalità scolastiche, con un iter di insegnamento che s’allungherà al di fuori dell’aula, e i nuovi docenti avranno meno possibilità di essere occasionali, perché molte domande potrebbero trovare risposte via web, con una piattaforma di formazione piena di dinamicità, che quindi esce dall’aula e la si ritrova sul video dello smartphone e del home-computer. Sembra imporsi l’esigenza di un tutor che tuteli l’accreditamento eno-culturale dei nuovi allievi della sommellerie, perché questa professionalità sta traguardando le frontiere dell’essere vino in Europa, e viaggia verso lidi che stanno via via abbandonano l’autoctono del loro bere. Dopo l’epopea dei flying wine-maker si giungerà a quella dei flying sommelier? Se così sarà, anche noi ci saremo: e saremo in prima fila.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)