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venerdì 16 febbraio 2018 15:30:00

C'è una dea di pietra in giro per Torino. Alta, impalata come un soldatino di piombo; ha corpo di donna e testa di leonessa: è Sekhmet, e va pazza per il rosso. Qualcuno l'avrà vista in piazza Carlo Felice, di fronte a Porta Nuova; altri in Corso Bolzano, alla stazione di Porta Susa; tutti possono vederla al Museo Egizio. Il più grande museo italiano dedicato alla civiltà dell'Antico Egitto, da qualche settimana oggetto di polemica da parte di Lega Nord e Fratelli d'Italia, fino al recente scambio in pubblico tra Giorgia Meloni e il direttore Christian Greco, non ha mai mancato occasione per unire cibo e civiltà antiche e la dea leonessa è parte integrante delle iniziative. Oltre a Una birra in riva al Nilo, Una fame da Oltretomba e all'immagine della Stele di Karo scelta per pubblicizzare l'ultima iniziativa ministeriale, incentrata sul "2018 anno del cibo italiano", il museo ha scelto da anni Sekhmet per farsi conoscere, fino a renderla protagonista del recente festival torinese dedicato al vino, e non a caso. Spietata, assetata di sangue, fu spedita da Ra a punire gli esseri umani. Pentito del gesto, per calmarne la furia inarrestabile, riempì di migliaia di litri di vino il fiume, arricchito dell'ocra rossa di cui il Nilo abbonda, perché somigliasse di più al sangue tanto desiderato dalla dea. Una lunga bevuta, e tre giorni di sonno da sbornia, saziarono Sekhmet e salvarono l'umanità. 

Dovevano essere terrorizzati gli Egizi da questa ingorda dea leonessa; pure, dovevano esserne attratti, affamata e golosa come loro, anche se di gusti differenti. Sono tante le pitture murali delle tombe dove le scene di coltivazione e lavorazione delle uve, piantate in riva al Nilo, si alternano a quelle di feste e di banchetti dei ricchi e dei sacerdoti. Li vediamo così gli Egizi a tavola, disegnati con l'amorevole entusiasmo di chi vuol lasciare un bel ricordo di sé ai millenari posteri: a volte sereni ed eleganti, altre licenziosi e scollacciati, comunque sempre felici, sempre sazi. Il vino proveniva dalle viti piantate nella zona del delta del Nilo, o sulle sue sponde del lago Mareotis: immerse nel limo, concimate con letame e inondate di acqua, venivano allevate a pergolato, circondate da mura assieme agli alberi da frutto.

Una volta vendemmiate, le uve venivano pigiate coi piedi in grandi vasche, sormontate da lunghe travi a cui gli addetti potevano appoggiarsi per non scivolare; le bucce, dopo la pigiatura, venivano strizzate da un ingegnoso torchio a sacco. Nulla si perdeva di quel prezioso succo, cotto dal sole, pronto a fermentare ancora prima di toccare il fondo delle giare. C'era un tappo di canne e argilla a chiudere, all'interno dei vasi di terracotta, il mosto, scuro e dolcissimo; un forellino lasciava uscire l'anidride carbonica. Un sigillo, alla fine, chiudeva la fessura: il nome del produttore inciso, per garantirne la sicura provenienza. Un esempio si trova oggi al Museo Egizio di Torino, dove dimorano pietre funerarie e papiri a tema, oltre ai cinquecento reperti rinvenuti nella camera funeraria di Kha e Merit, rinvenuti dall'archeologo Ernesto Schiaparelli; tra questi un corredo di giare per la birra e il vino. 

Sarebbe arduo, per un consumatore moderno, apprezzare la bomba dolciastra e alcolica versata da quei vasi, ma non può non commuovere la cura con cui, più di cinquemila anni fa, un popolo intero metteva a disposizione il proprio ingegno per onorare il miracolo della fermentazione. Sudore di Ra Lacrime di Horus erano gli affettuosi sinonimi del vino, da accostare idealmente - non certo per caso - al dio del sole e al figlio della dea della terra, Iside

Né loro, né la sanguinaria Sekhmet, intanto, potranno qualcosa per arrestare la conquista musulmana dell'Egitto, strappato all'Impero Romano d'Oriente nel 654. Meno inclini dei Bizantini al consumo di bevande alcoliche, i califfi non vieteranno (quasi) mai la coltivazione dell'uva, ma solo la produzione di alcool, il cui consumo, in ogni caso, si protrarrà a lungo in varie zone dell'attuale paese. Il risultato fu la selezione di tipi di uva destinati al consumo da tavola. Grandi, dolci e privi di vinaccioli, quegli acini venivano impiegati spesso e volentieri per fare vino. Sbilanciato, alcolico e poco acido, era questo, con ogni probabilità, il tipo di vino a cui ʿUmar Khayyām, dedicava i propri sonetti: il vino egiziano non doveva essere, infatti, molto diverso da quello prodotto a casa sua, a Nīshāpūr. Non è un caso che tra i cru egiziani oggi più noti, tra il Cabernet Sauvignon del Rubis d’Egypte e il Pinot Bianco del Cru des Ptolemèes, faccia capolino una zona di rossi dedicata al grande poeta persiano. Tutti dimenticabili, forse, per qualità, ma figli emozionanti di un amore plurimillenario per il vino. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)