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venerdì 27 maggio 2016 10:15:00

L’albana come vitigno è compenetrato quasi nel mito, tanto che Galla Placidia (figlia di Teodosio il Grande) in tempi non sospetti  – intorno al 420 d.C. – descrisse il vino: “Non così umilmente ti vorrei  bere, bensì berti in oro, per rendere omaggio alla tua soavità”. Ecco quella era albana, forse albanone o albana grossa, o l’albana della Gaiana di Plinio il Vecchio.

L’albana è un vitigno che ha bisogno di uno sbocco marino, il suo sud è l’Appennino e se un fiume attraversa il territorio a vigna ne risulta benevolmente influenzata, così come si sente stuzzicata se gratta con le radici lo “spugnone romagnolo”.

L’albana di cui parliamo noi ha l’Appennino, ha il fiume (il Reno), una vallata mediamente stretta che del mare si dimentica l’esistenza, è ancora Emilia, ma va incuneandosi verso la Toscana,  lungo la SS64, la Porrettana, sia strada e ferrovia.

A Marzabotto fanno vino! “Cribbio” si sente dire tra le curve di Sibano e Pioppe; ma sì, al di là del fiume,  a Ca di Cò. Chissà? Tra qualche anno saranno trattati al pari dei lieu-dit!

Ma veniamo alla nostra sorpresa enoica, il vino Fricandò. È un Emilia Bianco Igt, vendemmia 2015, è prodotto dall’Azienda Agricola Al di là del Fiume, condotta dalla signora Danila Mongardi in regime crudamente e biologicamente naturalistico nel suo essere biodinamico: come era (e ancora un po’ è) questa vallata, a cui non si confà un’agricoltura di sistema transgenico.

Il vino è 100% albana, vinificato in autoctonia saccoromicetica, quindi con i lieviti di lì. Il tutto ha fermentato con macerazione sulle bucce (e vinaccioli) per alcuni mesi, i contenitori sono stati anfore di terracotta italiana.

Ne è uscito un vino ambrato chiaro (imbottigliato a marzo 2016), non del tutto cristallino e di buona consistenza. Ha il graffio olfattivo dell’albana primordiale, uno spunto odoroso a sviluppo tannico, con rimandi alla macerazione delle bucce, alle scorze di arancio, ai fiori gialli rupestri, sorbe e nespole, paglia falciata da qualche giorno. E insieme purezza e impurità di naturalità, però attrae nel selvatico e nel silvano. Gusto grattante, micidiale in tannino, (micidiale non significa disarticolante), con un recupero sapido (salmastrato) che striglia un’acidità stranamente compassata. C’è un che di formidabile in questo vino, è come l’aneddoto sul contadino, “scarpe grosse e cervello fino”, anzi in questo caso finissimo. Verrebbe da dire “vai col liscio”, però con la “s” in dizione rumagnöla.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)