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martedì 14 giugno 2016 14:30:00

Auxerre, Chalon-sur-Saône, le Hautes Côtes de Beaune e le Hautes Côtes de Nuits sono i territori della Borgogna in cui il vitigno aligoté ha cercato, e ancora tenta di ritagliarsi un po’ di visibilità nei confronti degli imperanti e nobili pinot noir e chardonnay,  e addirittura soffre anche della personalità briosa e gioviale del gamay.

L’aligoté è un vitigno che ha molta energia in freschezza, spesso anche troppa, tanto che i francesi parlano di un’acidità “vive”, cioè pseudo acidula. Non può nemmeno considerarsi un vino di ampiezza olfattiva, talvolta miscela a sé del trebbiano, del bosco e del pagadebit:  insomma, non è certo conosciuto per un lignaggio d’alto ceto.

Poi ecco Coche-Dury, viticoltore a Meursault, quello che riesce a tirar fuori la nocciolina (avellana), il burro di nocciolina e talvolta la macadamia dallo chardonnay come nessun altro; quello che “io il Meursault e voi altro”, e noi aggiungiamo: ha ragione.

Parlare di aligoté è come affacciarsi alla favola “La Bella e la Bestia”, dove l’essenza bella/bestia sta tutto nell’aligoté. Ci vuole una bella, e non solo di aspetto, a far uscire il bello da quella bestia dell’aligoté.

Coche Dury è la bella enologica che uccide la bestia dell’aligoté. Eccoci al dato di fatto, e per questo è ineccepibile.

Vino: Appellation Bourgogne Aligoté Contrôlée. Vendemmia 2011. Produttore Domaine Coche Dury (e qui tutti… chapeau). Quotazione di wine searcher in Italia 135,84 dollari.

Straordinariamente paglierino con irriverenti nuances verdoline, a sbeffeggiare il tempo. Naso (così si dice nei concorsi J) di primo impatto d’evoluzione terziaria, e ciò diventa un non-sense in relazione al colore e all’età. E qui c’è tutto il magico enologico di Coche Dury. Grandioso il tono tostato, uno di quelli da non barrique ma da dosaggio legno non nuovo. C’è una costante odorosa di piena miscelazione pasticciata tra burro fuso, foglie di alloro a sfumare nel calore, e poi nocciola Piemonte; ancora una fusione miele e non miele millefiori che eternizza un concetto di mai farsi prendere dai preconcetti.

Qui c’è un aligoté marziano, alieno, con un fondo gustativo in cui la neutralità diverge dall’indole che ha sempre rappresentato il vitigno. Quel birichino di Coche Dury ha fatto uscire la bestia dall’aligoté, e l’ha fatto diventare graffio del suo non graffio, carta vetrata nel suo velluto e shock gustativo per la sua recuperata e infinita eleganza di fine bocca. Supremo. Degustato da Ristorante Romano, Viareggio, 50 anni di attività: AUGURI!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)