Statistiche

  • Interventi (1575)
  • Commenti (0)

Archivi

giovedì 29 giugno 2017 10:30:00

Che ci sia una volontà di territorializzare lo Champagne sembra un moto non più frenabile.

La voglia di dare un’identità al suolo, cavalcando quel concetto di terroir che Max Derruau usò nel 1961, va quindi interpretata come una riappropriazione di quella personalizzazione del vino proveniente dalla Champagne d’epoca pre-ottocentesca. Questo fra l’altro si collega più strettamente con il concetto di sostenibilità ambientale, investendo anche aspetti collegati alla conduzione biologica o biodinamica dei vigneti e a tutto ciò che vi gira intorno.

A Polisy i rampolli del mitico Jacques Beaufort coltivano vigna in piena naturalità e anche il passaggio in cantina sta più sull’idea del “canta che ti passa”, piuttosto che meditare su interventi con ausili estemporaneamente chimici.

La degustazione dello Champagne André Beaufort 2010 della parcella Derrière L’Église ci riporta a uno stile carico di potenzialità evolutive da sprigionare lentamente in vetro. Lo Champagne che ci troviamo di fronte è stato sboccato nel mese di aprile del 2016 e dopo oltre un anno sembra un immacolato infante.

Alla vista la briosità dell’effervescenza è d’autore. Osservato sotto i raggi del sole offre una limpidezza diamantata e il colore è sgargiante, d’un paglierino vivacissimo e luccicante. Naso agrumato, minerale, quasi empireumatico, con tocco di pepe bianco che sembra miscelarsi sulle note di lime e pompelmo, infine tutto s’avvolge nell’incontro tra mirabelle, mela cotogna e ribes bianco. Il corredo odoroso è fragrante e se volete sentirvi dire un termine oggi in auge, è… croccante. L’acidità però non lo è, ha in sé tutta l’essenza di una spinta in freschezza che attanaglia le papille, le scuote, anzi le solca come un aratro, per seminare in quei solchi un’essenzialità solidamente sapida, intrisa di un’acerba struttura che evidenzia in quello stato di gioventù una futura classe cristallina: si farà.

80% pinot noir, 20% chardonnay, senza zucchero nel dosaggio, perché solo così esprime in purezza l’acidità e la mineralità del Kimmeridge. E tanto per dirla alla Luigi Pirandello: “Così è (se vi pare)”. Smiling tasting.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)