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martedì 26 giugno 2018 08:30:00

A cercare di tradurre Ao Yun dal cinese, affidandosi ai dizionari in rete, gli esiti più ricorrenti sono "Giochi olimpici" e "nuvola fiera". In realtà Ao Yun si traduce con "vagare (tra) le nuvole", e non si fatica a capire perché: i vigneti di cabernet sauvignon e cabernet franc alla base del vino crescono ai piedi della catena del Meili Xue Shan, nella regione dello Yunnan, al confine con la regione (poco) autonoma del Tibet. Le uve crescono su terrazzamenti realizzati tra i 2200 e i 2700 m s.l.m., frammentati tra centinaia di piccoli appezzamenti (più di trecento) tra villaggi dai nomi sconosciuti: AdongShuoriSinong e Xidang.

Non era semplice barcheggiare tra una cantina (ad Adong) distante una media di quattro ore dai vigneti più lontani, maturazioni difficoltose, trasporti affidati ai propri piedi o ai muli, raccolte di uva interamente manuali, turni di lavoro regolati da secolari tradizioni locali, protocolli di agricoltura biologica e altitudini imponenti. Un'impresa costosa, resa praticabile solo da un nome grosso come LVMH di Bernard Arnault, la società, per intendersi, proprietaria di marchi di moda come Bulgari, Fendi e Louis Vuitton, di orologi, come TAG Heuer, e di Moët & Chandon. Il nauta sorteggiato da Guillaume Prats, responsabile della divisione vini di LVMH, per gestire la navigazione è Maxence Dulou, spedito nel 2009 tra le cime tibetane dopo anni trascorsi sulle piane di St. Emilion a lavorare sullo Château Cheval Blanc, anche quello, manco a dirlo, di proprietà di Arnauld dal 1998. 

Uscito per la prima volta sul mercato nel 2013, Ao Yun ha riscosso da subito grande successo, nonostante un prezzo di vendita, a bottiglia, di 250 euro. Tanto, tantissimo, trattandosi di vino di mano transalpina ma comunque made in China. Le critiche, infatti, non sono mancate, e da subito, come Emma Gao, rispettata enologa di scuola bordolese, proprietaria, in Cina, di Silver Heights, nella regione nel Ningxia, considerata assai più promettente per la viticoltura. La Gao, più che sulla qualità, però, sembra metterla sul piano della concorrenza sleale: "poche persone pagherebbero così tanto per un vino cinese dello Yunnan. Molte cantine cinesi stanno producendo vini di qualità da oltre dieci anni, e l’idea che Lvmh possa adesso presentare il vino come ‘il primo di lusso cinese’ mi pare un po’ offensiva e imperialista". Come dire: conterà più il posto, o il nome di chi c'è dietro? 

Duro anche Bartholomew Broadbent, noto importatore statunitense, che giudica "ridicolo" il prezzo di vendita di Ao Yun: "non credo che in Usa possa trovare mercato un vino cinese che superi i 30 dollari al dettaglio". A dispetto delle idee di Broadbent, però, Ao Yun gode di ottima salute, mentre Arnauld sembra avere trovato la propria Shangri-La.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)