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martedì 29 maggio 2018 08:30:00

Edith Piaf, ai tempi della relazione con Marcel Cerdan, la vita la vedeva en rose. Sono trascorsi settant'anni, e il marketing, forse per contrastare il grigio di questi tempi, quel colore lo sta rispolverando in lungo e in largo, dall'abbigliamento agli spot sui viaggi, fino alle birre e al vino. Il colore rosa, anzi, potrebbe non essere più oggetto di ironie varie da social, quelle sull'amico amante del Prosecco rosa, e diventare, invece, parte integrante del mondo delle bollicine venete; quelle del Prosecco DOC almeno. "Questo è il momento giusto per produrre Prosecco rosé", ha affermato di recente Stefano Zanette, presidente del consorzio, incoraggiato probabilmente dalla piega rosa che sembra avere preso il mondo del vino. Sarebbe sufficiente cancellare dal disciplinare l'obbligo della vinificazione in bianco, e lasciare che il 15% attualmente tollerato di pinot nero venga utilizzato in toto, bucce comprese, per tingere del colore del momento una delle bollicine più in voga del decennio. Gli fanno eco Gianluca Bisol, dell'omonima cantina, che vede nel Prosecco in rosa  "una direzione naturale e il crescente riconoscimento della sua qualità", e Giancarlo Moretti Polegato, patron di Villa Sandi, per il quale l'eventuale aumento delle colture di pinot nero introdurrà una novità nell'attuale duetto tra glera e pinot grigio nei territori della DOC. Un Prosecco, quello in abito rosa, destinato comunque, nelle intenzioni del consorzio, a collocarsi nella zona premium della denominazione, quella spumante, e non in quella più commerciale, la frizzante

La trasformazione del termine Prosecco, nel 2010, da denominazione dell'uva dominante a toponimo, in effetti, fa buon gioco all'idea del consorzio, più libera di connotare il proprio prodotto sulla base del territorio che non sui vitigni utilizzati. Non tutti, comunque, sono d'accordo. Critico, ad esempio, Franco Adami, ex presidente del Consorzio di Tutela Conegliano Valdobbiadene DOCG: il rischio, secondo lui, è di generare confusione tra i consumatori, vendendo un prodotto privo, in ogni caso, di qualsiasi tradizione storica. Difficile dire, poi, se questa nuova, ipotetica, bollicina in rosa, spingerà le più blasonate DOCG a cercare una legittimante distinzione nei propri territori, abbandonando il generico termine "Prosecco" in favore di "Conegliano Valdobbiadene" e "Colli Asolani", come qualcuno ha suggerito. Decisione improbabile, certo, al pari di chi, pur a ragione, ha già suggerito di sostituire il pinot nero con uve rosse più rappresentative del territorio, in nome di un progetto di riconoscibilità di una specifica, per quanto ampia, zona. Per approfondire l'affaire in rosa, non rimane che aspettare il 2019; prima di allora, di certo, non si muoverà foglia; di pinot o di raboso che sia. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)