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giovedì 16 dicembre 2021 16:00:00

Ci sono molte regole non scritte che appartengono alla filiera produttiva dello Champagne, e ce ne è anche una che investe l’Assemblage Champenois. Se analizzassimo le motivazioni o le esigenze storiche che hanno portato alla miscelazione di più vini, di diverse annate, di differenti terroir, di distinti processi e percorsi produttivi, rischieremmo di perderci in un’affascinante dietrologia enologica, che però non produrrebbe un’efficace informazione, pur nella convinzione che l’esposizione incuriosirebbe i lettori.

La base di partenza è incerta e indefinita perché l’essenza di ogni “puro” Assemblage è espressa con l’impiego dei vin de réserve, però se dovessimo chiedere e chiederci che vuol dire, ebbene trovare una risposta razionalmente logica diventa molto complicato. È un bene o un male? Se ci affidassimo al Manzoni potremmo dire “ai posteri l’ardua sentenza”, però noi siamo, adesso, i posteri, perché l’Assemblage Champenois non è l’oggi per il domani, è un oggi che ha attraversato due secoli e ha già superato il suo domani.

L’Assemblage per il vocabolario della lingua italiana (Treccani) è anche usato (usabile) in senso traslato (dal linguaggio tecnico), per indicare, l’operazione o il processo, anche soltanto mentale, con cui si giustappongono, si uniscono e si fondono elementi diversi così da ottenere una composizione sintetica, un risultato globale. Affidandoci, e fidandosi, di questa definizione (per inciso, si è nel giusto) non possiamo che concordare che l’Assemblage Champenois sia una giustapposizione che colloca “organoletticamente” diverse posizioni di contiguità (annate diverse, vitigni e pure anche altro), senza che apparentemente ci sia tra loro un’intima fusione, ma che si attrarranno in un’eccitante fusione, in un abbraccio così amalgamante da congiungere una liquida globalità.

I primi chef de cave dello Champagne segnalarono agli inizi del secolo diciannovesimo che non c’erano soluzione tecniche o enologiche per creare l’Assemblage Champenois perché era inzuppato di paradossi, tanto che scrissero, nei primi tentativi di comprendere certi perché con un vino molto acido si poteva apportare la giusta nervosità (in freschezza) a un vino “grossolano”, oppure un vino alquanto neutro (meunier) poteva essere l’equilibrante punto di giustapposizione tra un vino molto leggero e delicato (chardonnay) e quello “aggressivo” e “pesante” (pinot noir). Infine, arrendendosi, esclamavano: non c’è garanzia che impiegando vini ottenuti da vigneti grand cru la riuscita qualitativa sia assicurata.

Indipendentemente dalla situazione enologica in cui un produttore di Champagne si trovi a operare, la creazione di un Assemblage è cosa seria, e categorizza decisamente il vino nella sua prospettiva di qualificazione, anche commerciale.

L’Assemblage Champenois degustato è una giustapposizione tra tredici annate 1976, 1982, 1983, 1990, 1995, 1988, 1996, 1999, 2000, 2004, 2011, 2012 e 2013. È l’abbraccio tra il 61% di chardonnay dai villaggi di Cuis, Mesnil-sur-Oger e Cramant situati nella Côte des Blancs, con i villaggi di Puisieulx e Tauxières (Grande Montagne de Reims), poi Bisseuil (Grande Vallée de la Marne) e infine Grauve, giusto al di là della collina (a est) di Avize; allo chardonnay è stato giustapposto il 31% di pinot noir proveniente dal villaggio grand cru di Mailly-Champagne  (Montagne de Reims)  e, a chiudere, l’8% di meunier dal villaggio di Ludes (Montagne de Reims). Qui a Ludes c’è l’enologa che ha intellettualmente strategizzato questa cuvée, il suo nome è Laurence Ployez, la Maison è Ployez-Jacquemart di cui è proprietaria, lo Champagne si chiama GRANITE. Per chiudere i dettagli enologici è interessante considerare che il 41% della cuvée non ha fatto la fermentazione malolattica, questo per arricchire l’amalgama tra le differenti vibranti espressioni dell’evoluzione dell’acidità e mantenere “fragranti” quei profumi di integrità floreale e fruttata che, confluendo nella coesione evolutiva, completeranno l’ampiezza qualitativa. In ultimo, c’è quel tocco di extra brut dosage (4,74 g/l) che fa da integrante custode dei ricordi delle annate (13) che orchestrano lo Champagne GRANITE, il cui dégorgement è avvenuto il 1° giugno 2019.

Durante la degustazione dello Champagne Granite Ployez-Jacquemart ciò che diventa raccontato fa già parte del non raccontabile. Non ha alcun senso descrivere il suo luccicante dorato che “auto-illumina” la sua energia frizzante di finissima sfericità al limite di quell’invisibile che s’imprime nell’iride, se tu non puoi osservarlo.

Il profumo di GRANITE ha in sé il senso della sostanza dell’Assemblage, di quell’atmosferico  che E. Minkowski indentifica in quel fenomeno (o fenomenale) odore che si spande nell’aria e ci rivela l’esistenza dell’atmosfera (in questo caso atmosfera Champagne); quindi la percezione degli aromi di GRANITE, animosamente tostati di pane brioche, di biscotto che profuma di pasticceria, di marmellata con zest di cedro intriso di distillato, di limone candito sfumato al Calvados, di miele millefiori che addolcisce un tè bianco, di pan di zenzero e anice stellato, di effluvio di Lillet e di un soffio di polvere di gesso, non hanno alcun senso se da sostanza del desiderio non diventano quello che James George Frazer chiama “magia che infetta il pensiero”,  e se non sei stato infettato (se non lo degusti) resta un desiderio pensato.

Se per Nogué l’odore ci spinge fino alle sorgenti della vita, quindi ci dà energia, il gusto di GRANITE è vera energia, e se fosse definita come vibrante freschezza (come lo è), magari accompagnata da sostanziosa saporosità (e così è), il tutto “bloccato” in un volume liquido che energizza quelle sensazioni e isola un amalgama che s’intona in un equilibrio accolto e raccolto in una progressione gusto-olfattiva al limite dell’inesauribile floreale di acacia e convolvolo e di retrogressione d’agrumi, ebbene questo sapere/sapore dell’Assemblage dello Champagne GRANITE diventa sapienza, la stessa sapienza che appartiene a quella conoscenza  indispensabile per pensare e creare GRANITE.

Janis Joplin cantò la lirica di Fred Foster e Kris Kristofferson: “Freedom’s just another word for nothin’ left to lose” (“Libertà è solo un’altra parola per dire che non c’è niente da perdere”). L’Assemblage Champenois è anche, e soprattutto, libertà di comporre una lirica (organolettica) e non c’è niente da perdere quando quella libertà rimane tale.

Roberto Bellini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)