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giovedì 27 marzo 2014 17:00:00

Avanti con il Chianti, in questo caso Classico, e diciamo anche avanti tutta, perché questo Chianti Classico duemila generation è ormai lontanissimo dai fasti e dai nefasti equilibri della miscelazione – post uvaggio – che accoglieva diluenti uve a bacca bianca, capaci di sterritorializzare il profumo e il gusto del Sangiovese.

Da qualche anno il Sangiovese si è riappropriato del Classico,  e  questo va urlato ai quattro venti, soprattutto in Italia, dove molti consumatori sono ancora ammaliati da vini novizi e da trasversalità bordolesi.

Gli investimenti in vigna datano ormai quasi venti anni, l’attenzione per i cloni s’è fatta maniacale, la personalizzazione zonale è diventata un leit-motiv, dal 2006 non sono più ammesse le uve bianche e l’approccio verso la barrique è stato completamente rivisitato.

Il Chianti Classico è un vigneto ampissimo, questo da una parte è un gran pregio, ma dall’altra è un freno nell’identificazione di un’unitaria espressione del profilo organolettico, che anticipiamo già essere impossibile, e non solo per il terreno.

Però, va riconosciuto, l’asticella della media qualitativa delle ultime vendemmie è andata via via alzandosi, il Chianti Classico s’è ripulito dagli eccessi della barrique di legno nuovo, s’è rinfrescato da sospettose surmaturazioni, s’è avviato verso la via dell’ingentilimento nel rapporto con l’alcool e ha iniziato a snellirsi in quelle asciutte versioni tannico/ellagiche.

Nel terziere del Chianti e nei comuni limitrofi qualcuno accenna alla parola “rinascimento maturo” e individuano nell’eredità di Leonardo, Michelangelo e Raffaello la possibilità di una nuova influenza organolettica per il futuro Chiantigiano.

Ci sono sempre più vini Chianti Classico con la tipica combinazione frutto a bacca rossa e fiore violaceo dell’essenza polifenolica del Sangiovese, senza quelle ossido puzzette da combinazione extra-attiva e tostatura di legno; sembra avviato il viaggio verso il pieno recupero di quella sottile eleganza in freschezza e quella raffinata sventaglia del bouquet che torna a rivivere il terroir, torna al galestro, all’alberese, al macigno del Chianti.

Molti anni fa si diceva che il Sangiovese era un rettile di vitigno. Deve sentire il caldo del suolo, vi si rannicchia, si crogiola al sole, la sua pelle organolettica cambia di colore, di profumo e di sapore se si nutre della mineralità dell’arenaria (dà il floreale), piuttosto che del calcare (dà il fruttato), o di argilla (dà forza), o ancora di un po’ di silicio (dà sentore ferroso) e infine il tufo (per l’effetto olfattivo di tabacco).

Oggi quei collegamenti stratificanti si stanno riallacciando, ciò che il terroir riesce a cedere al Sangiovese non si perde più per troppa vaniglia o per legno fumé, o per il balsamico; il tannino è tornato ciliegioso, arcigno e rinfrescante, dà un sensibilità vibrante anche in sapidità e si intuisce da subito se lo stile è il nuovo sinuoso e grippante, piuttosto che decadentemente grassoccio e sciroppato.

Questo rinnovato Chianti Classico avrà bisogno di essere raccontato con angolature nuove, reinterpretato nella filosofia degustativa per far comprendere ai consumatori, tutti, che ci sono molte e molte variazioni di territorio e conseguentemente di variabili nello stile, e il blending eventuale (oggi il Sangiovese va dall’80% in su) dovrà servire per salvaguardare l’espressione suolo/sottosuolo/microclima e dare un’identità chiantigianamente e ripetitivamente sostenibile.

L’attendiamo al varco il prossimo anno, indipendentemente dalla discussioni innescate dal discorso Gran Selezione, per ora l’Associazione Italiana Sommelier comincerà a dire: c’è del nuovo nel Chianti… e che nuovo!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)