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venerdì 26 giugno 2015 16:00:00

Se ci rifacciamo alla storia, l’epoca preromana e romana ci racconta di un territorio semi paludoso, dove niente faceva presagire che divenisse una pianura anche a vigna, semmai a riso. Oggi Bagnoli di Sopra è addirittura anche una DOCG, e questo non può farci che piacere.  Lo si fa con un’uva che trovi qui: il friularo. La corretta dizione del vino è Friularo di Bagnoli o Bagnoli Friularo DOCG.

Ma chi è il friularo? Trovare spunti è un po’ un terno al lotto. Dicasi derivi dal latino “frigus”, che tanto ricorda il frigorifero, ovvero il freddo. Infatti l’uva (a bacca scura e autoctona) è così freddolosa che prima di raccoglierla la lasciano a contare quanti sono gli ultimi raggi di sole giornalieri dell’estate di San Martino.

Il Bagnoli Friularo Passito si ottiene con uve appassite di oltre il 50%. A noi è capitato di degustare una vendemmia 2002, quando ancora era una DOC.

Si tratta del Bagnoli Friularo Passito Classico, prodotto da Azienda Agricola Dominio di Bagnoli di Lorenzo Borletti & C., Bagnoli di Sopra, Padova.

Le uve furono raccolte a ottobre e lasciate appassire fino a Pasqua, così ci racconta il proprietario. Nell’attesa che ci sia servito, viene da pensare a che tipo di colore potrà avere un rosso di 13 anni, ottenuto da semplice appassimento. Discutendo con qualche commensale ne esce un commento sibillino: sarà una sorpresa. Negativa? Loro sorridono.

Infatti il colore è tutto un sorriso ancora brillante, sagacemente goldoniano (qui vi scrisse alcuni lavori), d’un rosso irriverentemente poco granato,  mix di scuro rubino con sopracciglia purpuree (ancora). Tutti i campi di ciliegie di Vignola sembrano confluire in questo profumo, un profumo semplice nel fruttato, corredato in modo complementare di floreale (fiori rossi), un non so che di liquirizia e un erbaceo ben secco e semi balsamico.

Se dovessimo scommettere che le uve sono state appassite fino a Pasqua e il gusto dolce è così poco marcato, nel guardarsi negli occhi dovremmo dire: dove sta il trucco?

Amabile/abboccato o niente di entrambi a sfiorare il semi secco, poi un altro sorso e s’accetta amabile. Ma non è il dolce il filo conduttore del gusto, è l’acidità. Immensa e fresca, come mai si poteva immaginare, tanto che si comprende il perché dell’annichilimento del dolce. E la succosità della ciliegia non è riuscita ad assorbire alcun tono di fruttosio, nella masticazione resta una dualità dolce/fresco da far impallidire quasi un ice wine. È un vino da assaggiare assolutamente, perché è territorio puro, vero: che sia dialettale?  Errore. È un vino servitor di due padroni gustativi: il dolce e il fresco.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)