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lunedì 14 luglio 2014 12:00:00

Giachini è una vigna, qualcuno dice sia un “cru”, e questo ci può stare visto che siamo in frazione Annunziata, appresso a La Morra. Questo Barolo anticipa il succo enologico che fermenterà a Torino durante il Congresso Nazionale AIS del prossimo 22 e 24 novembre.

Chissà quali annate ci riserveranno di Barolo & Co, chissà come celebreranno il re Nebbiolo?

Per l’intanto – come dicevano nell’800 – ci deliziamo con questo Barolo Vigna Giachini 1998 prodotto dalla Corino family.

C’è sempre un attimo di fibrillante ansia all’apertura di un Barolo dopo i 16 anni, checché ne dicano i produttori e i venditori la certezza non è nelle viscere perpetue del nebbiolo.

Però il 1998 fu annata ottimissima, così sembra scaturire dai ricordi pre degustativi.

Come dicevamo, siamo in frazione Annunziata, i vigneti che s’arrampicano sui pendii sembrano disegnare le traiettorie di una ola in uno stadio di calcio, il nebbiolo impera generoso e nebbioso fino quando non lo si separa del suo tralcio.

Quel 1998 fu anno imperioso per il nebbiolo, ma non parve dare spunti di lunga longevità, molti barolisti segnalarono come miglior tempo di beva l’arco temporale di 13 anni: per l’esuberanza dal 2003 e per 6/7 anni, per l’avvolgenza tra gli 8 e i 10 e per tutto il suo meglio fino a che morte non lo separi.

Vigna Giachini 1998 è un Barolo con le guance colorate di rosso granato e con alone tradizionalmente aranciateggiante, però quell’arancio non s’è spento.

Il primo flusso di profumo è animalesco e mandriano, sa di bovino frollato e grigliato, con effetto affumicato che oscilla tra carbone di legno, le erbe da grigliata, il legno d’olivo e la foglia di tabacco umida. Via via scalano altri profumi, più leggeri e raffinati, come petali di rosa appassita, prugna scottata e bacca di ginepro che facilmente si può scambiare per asfalto. C’è anche un ribollire di sottobosco dopo un temporale estivo che rigenera del fogliame asfittico. Poi pepe nero e liquirizia.

Gusto in pompa magna con morbidezza langhigiana, forse quella del terroir dell’Annunziata, insomma un volume glicerico che genera un’addolcente ricolmatura tannica e una sapidità alla marmellata di visciole. La sua forza tannica s’è ormai definitivamente arrotata, s’è rotondeggiata, così da lasciar spazio a un omogeneo sound d’eccellenza in versione smooth operator. La persistenza aromatica intensa è oblunga (dal latino oblongus): è estate concedeteci un colpo di sole nella piazza di La Morra!

Il finale però è serio. Vino con ancora una personalità da psicologizzare, con profumi che stanno per ripulire e cristallizzare le loro traiettorie terziarie, mentre la compattezza gusto olfattiva non ha più niente da chiedere a se stessa.

La media dei suoi punteggi internazionali tra il 2005 e il 2009 è stata di 90,1, oggi noi riconfermiamo quello status numerico, anche se per campanilismo minimo dovremmo aggiungere un bel +.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)