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giovedì 14 gennaio 2016 11:00:00

Parlare di Tenuta del Greppo nel mondo del vino equivale a dire che ogni giorno c’è l’alba, questo perché l’alba del sangiovese passa da Clemente Santi, Ferruccio Biondi Santi, Tancredi Biondi Santi, Franco Biondi Santi, fino all’oggi di Jacopo Biondi Santi. Non c’è niente di più facile e di suggestivo nel celebrare i Biondi Santi e la loro Tenuta del Greppo, se non altro per il rigore enoculturale che s’è sempre respirato sul viale di cipressi che porta all’alcova del Brunello di Montalcino, avvicinarsi alla Tenuta rimanda a emozioni quasi ecclesiastiche, che nell’essenza dell’essere cultura di vino sono accostabili all’abbazia de Il Nome della Rosa. Se poi volessimo scrivere di Brunello di Montalcino si sfiorerebbe l’ovvietà della super eccellenza, non per l’ovvio di una supremazia storico-culturale, ma per l’essere esso stesso storia del vino Brunello di Montalcino e di se stesso, in un coacervo di concatenazioni in cui non c’è sconfitta anche in assenza di vittoria: come fosse una rossa Ferrari, sempre vincente.

Niente celebrazione del Brunello del Greppo, troppo facile, ci va invece di parlare del Rosso di Montalcino 2010, cioè di quella parte enologica del colle ilcinese che quasi quasi si vorrebbe non esistesse. Spazziamo via ogni dubbio, subito, il sangiovese dentro il Rosso di Montalcino ha un’anima diversa da quella del Brunello, questo però non deve significare che sia per forza meno qualitativo, anzi nella sua categoria niente gli vieta di aspirare all’eccellenza.

Di lui ci piace il colore che quasi vermiglia, quel rosso sangiovese che solo le pietre di Montalcino edificano in cromaticità. Ci piace il suo essere un semplice, tutto e intero frutto di sangiovese all’olfatto, con sbandamenti rurali in ciliegia di bosco (corniola), uva spina rossa, un bouquet di viole di bosco che sembrano ammantate di polvere di pepe nero, poi un minerale (argilla in polvere) che fa capolino prima che il paniere dei profumi venga assorbito dal volume tannico e sapido (quasi ferroso) della polpa amarascata che è essenza naturale della bacca di Giove.

Sorseggiare il Rosso di Montalcino Biondi Santi è come confluire in un passato di nobiltà, dove ogni sorso ha qualcosa da raccontare e tu, degustatore, sei volontario partecipante di quella condivisione. C’è immediatezza della presenza tannico/sapida, c’è spontaneità di beva, c’è impulsiva freschezza (la tipica acidità del Greppo) che ne fa un sangiovese gioviale, da subito socializzante con il proprio equilibrio, con un gusto alla garibaldina che coniuga gioventù e temperamento alcolico. Finché il sangiovese ha questi Santi, il paradiso può attendere.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)