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martedì 14 gennaio 2014 15:00:00

Biondi-Santi e Brunello di Montalcino. Poche situazioni vitivinicole al mondo hanno un legame così forte e amalgamante, forse perché entrambi segnano ancora l’essere dell’esistere e senza uno dei due attori di quella esistenza, l’esistenza stessa non si sarebbe generata, per cui non sarebbero nati e non potremmo celebrarne l’elegia.

La storia inizia da un farmacista, un certo Clemente Santi, che più della medicina poté seguire la vigna e poi il vino, vista la passione e la dedizione che ci dedicò.

Erano i primi decenni del 1800 e Clemente si dava da fare con le quattro uve del dominante Chianti: Sangiovese, Canaiolo, Trebbiano e Malvasia, a cui si se ne aggiungevano, in quel colle ilcinese, il Colorino, il Tenerone e il Gorgottesco, vitigni quest’ultimi dalla nomea non così linda per la produzione di vino potabile.

In quegli anni c’era l’uso di fare le fiere,  tanto per citarne una si ricorda quella a Parigi del 1855 dove fu presentata la gerarchia del Médoc (Bordeaux).

Il rosso di Clemente Santi fece capolino nel 1869 a una fiera vinicola meno ridondante di quella parigina, era anche vicina a Montalcino perché si trattava di Montepulciano, in quell’occasione Clemente Santi vinse due premi (medaglie) con il vino rosso scelto del 1865. Prima di questo premio, Clemente Santi era già stato segnalato con una menzione d’onore per la sua attività di viticoltore in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1867.

Erano in molti a lodare il vino rosso del colle di Montalcino, si trovano tracce anche duecento anni prima, ma del nome Brunello non vi era traccia.

Comunque, già Clemente intorno agli anni 1860 aveva iniziato a pensare a qualcosa di diverso nell’uso delle uve da vino.

Dal matrimonio di Caterina Santi e Jacopo Biondi nacque Ferruccio. Egli si distinse come garibaldino, era il 1866, poi rientrando a Montalcino, alla fattoria del Greppo, proseguì gli esperimenti in vigna e in cantina del nonno, focalizzandosi sul Sangiovese e selezionando infine quello che diventerà il Sangiovese Grosso e poi il Brunello. Nelle vigne del Greppo studiò a fondo quelle piante che resistevano più all’oidio, così quando la fillossera si catapultò anche a Montalcino, lui innestò quella sua selezione di Sangiovese su piede americano e concretizzò definitivamente la nascita dell’uva Brunello.

Nell’usare un solo vitigno, il Brunello, evitò anche il processo del “governo all’uso toscano”, ne uscì un vino potente, con più colore, stranamente delicato ed elegante. Era il 1870 (circa), e si può oggi affermare che, come disse Totò, lo nacque, chiaramente il Brunello di Montalcino.

L’idea enologica di Ferruccio non ebbe molti seguaci, il terreno ilcinese era pietroso e duro da lavorare, la vigna rendeva poco, erano più redditizie altre attività agricole.

Ferruccio continuò imperterrito per anni a far degustare i suoi vini in successione di annate, tipo verticale, per dimostrare il potenziale di affinamento e di resistenza all’evoluzione.

Nonostante i favorevoli rapporti del 1932 del Ministero dell’Agricoltura e la dichiarazione che l’invenzione del Brunello di Montalcino fosse da assegnare il Dr. Ferruccio Biondi-Santi, di Brunello se ne produceva pochissimo e i produttori si contavano sulle dita di una mano.

L’avvento del figlio di Ferruccio, Tancredi, dette una scossa strategica al Brunello. Innanzitutto Tancredi non era un praticone di campagna, era diplomato alla scuola di enologia di Conegliano e poi prese la laurea all’Università di Pisa in scienze agrarie.

Alla morte del padre, Tancredi si tenne il Greppo e continuò l’opera di impreziosimento viticolo del Greppo e del suo Sangiovese grosso. Egli diede anche un impulso particolare al territorio, fondando verso la fine degli anni 20 la Biondi-Santi & C. Cantina Sociale.

Gli anni tra la fine del sessanta e il settanta segnarono l’inizio del volo del Greppo Biondi-Santi. Nel 1969 Giuseppe Saragat, allora Presidente della Repubblica, decise di servire al pranzo di stato in onore della Regina d’Inghilterra Elisabetta un Brunello del 1955, il successo e la risonanza ebbe un eco favorevole e non previsto anche in Inghilterra, oltre che in Italia: finalmente si parlava anche di vino.

All’arrivo di Franco Biondi-Santi, anche lui enologo, la cura per le vigne ormai quasi cinquantenarie diventò maniacale, con la stessa rigida fermezza si rifiutò di usare le barrique e continuò a impiegare solo lieviti indigeni.

«Il mio Sangiovese è naturalmente tannico, non ha bisogno dei tannini del legno», così parlava Franco e aggiungeva che «il mio Sangiovese deve restare con la propria neutralità, che è il suo terroir, e non arricchirsi della tostatura e della vaniglia del legno nuovo».

Questa filosofia ancestrale e familiarmente tradizionale è ormai un caposaldo non rinunciabile del Sangiovese-way per Brunello, l’aver custodito questa linea enologica può essere considerata una vera e propria ciambella di salvataggio nel mare dei vitigni internazionali che sono calati in tutta la Toscana. Con Biondi-Santi si fa un salto indietro di ottanta anni, ma quel ritroso è come la carica della catapulta: fa volare il Brunello oltre, tanto che si può scomodare anche Dante e il suo “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Adesso ci sono Jacopo e Alessandra, niente sembra si sia interrotto da quel 1870, e tutto scorre velocemente a protezione di una storia che è il cuore di se stessa.

 AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)