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mercoledì 26 settembre 2012 10:45:00

Vi sareste mai immaginati che dopo un’esplosione atomica alcune delle bevande disponibili, e quindi necessarie alla sopravvivenza (?), potrebbero essere la birra e i soft drink (bibite) in lattina?
Crediamo proprio di no!
Ebbene, Alex Wellerstein (nuclearsecrecy.com), dell’American Institute of Physics, ha analizzato i rapporti scaturiti dagli esperimenti fatti dal governo degli Stati Uniti di America nel sito nucleare del Nevada durante gli anni ’50; più precisamente nel 1955 quando le esplosioni di prova furono 14 e il codice dell’operazione fu denominato “Operation Teapot”.
Alcuni dei progetti in questione erano i seguenti:
• Project 32.1, The Effect of Nuclear Explosions on Bulk Food Staples
• Project 32.2, The Effect of Nuclear Explosions on Canned Foods
• Project 32.3, The Effect of Nuclear Explosions on Meat and Meat Products
• Project 32.4, The Effect of Nuclear Explosions on Semiperishable Foods and Food  Packaging
• Project 32.5, Effects of Nuclear Explosions on Frozen Foods
Il sotto progetto 32.2.a si chiedeva: che cosa berranno i sopravvissuti a una catastrofe nucleare mondiale? A parte la tristezza di dover rispondere a una domanda come questa il report dà come probabile fonte di beva la birra e la bibita in lattina.
Il dettaglio dell’esperimento fu il seguente: presero un certo numero di differenti tipi di bottiglie e lattine (allora in acciaio, non in alluminio), le riempirono con diversi liquidi e le sistemarono in varie posizioni in prossimità del Ground Zero (punto di esplosione) di due test nucleari: “Apple I e Apple II of Teapot”. Il punto più vicino per il contatto delle lattine fu sistemato a circa 400 metri, il più lontano a 3.200 metri.
Il fatto che una parte di esse non si rompa a causa della deflagrazione, spiegarono i ricercatori, è dovuto anche al sistema di conservazione, ad esempio i frigoriferi potrebbero dare un certa protezione, o particolari angoli, o sotto scale o parti interrate degli edifici: chiaramente se esposti le probabilità crollano tragicamente.
Così come accade per le radiazioni, solo le lattine (e bottiglie) che erano più vicino a Ground Zero aveva molta radioattività (quanta non lo si sa? N.d.r) e nonostante questo (le lattine) erano «buone entro il limite consentibile per un uso di emergenza». Gli esami effettuati subito dopo riportavano che l’aspetto non aveva subito grossi cambiamenti, e sia la birra che le bibite erano ancora entro la categoria della qualità commerciabile, sebbene ci fosse già una di leggero cambiamento di sapore. Per quelle più lontane dal punto dell’esplosione il cambiamento non è stato rilevato come significativo (affinamento atomico N.d.r.).
Test successivi hanno analizzato e comparato le lattine di birra esposte alle radiazioni a quelle non esposte, degustazione organolettica inclusa. I risultati evidenziano uno scostamento tra “qualità commerciale”,  “vecchio”  e definitivamente “off” (morto). Tutti i laboratori però erano d’accordo che “quella birra” poteva essere usata come fonte di emergenza di bevanda potabile.
I commenti su questo report da parte dei lettori americani sono stati svariati e di diversa natura, uno dei più curiosi recita: «Ha un gusto accettabile, ma non molto buono? Bene era una birra americana!»
Viene subito in mente la pubblicità del 1980: «Birra… e sai cosa bevi! Meditate, gente, meditate!»

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)